giovedì 4 luglio 2013

Secondo scontro: Clearwater Vs. Il Konvitato. Primo round.

L' ora di pranzo era passata da un po, gli ultimi clienti di mezzogiorno se ne erano andati, satolli, e al take-away vietnamita il personale si stava preparando per servire la cena. Nel locale c'erano tre persone. Un giovanotto stava lavando piatti e stoviglie, una graziosa signora sui trent'anni stava avvolgendo dei tovaglioli di carta intorno alle posate occidentali, e la donna nota come Clearwater, che nonostante fosse vicina ai quarant'anni sembrava una ragazzina, stava rimuovendo tegumenti e tendini da un mucchio di petti di pollo.
La donna che stava preparando le posate si chiamava Kara, ed era sua cugina, e aveva accolto Clearwater in Germania dopo che qualcosa di orrendo le era capitato in Israele, ma non era dato sapere cosa, perché Clearwater aveva perso qualsiasi facoltà di comunicazione, pur essendo estremamente autonoma nel lavoro al ristorante.
L'uomo che azionava la lavastoviglie, Dree, era il secondo marito di Kara.
I due si amavano da quando avevano quindici anni.
Per lasciare il Vietnam avevano pianificato con un turista tedesco un matrimonio combinato: Kara sposò il tedesco, appena otte­ nuto il passaporto tedesco divorziò, e si fece raggiungere da Dree, indicandolo come direttore del ristorante che aveva intenzio­ ne di aprire, ma questa è un' altra storia.
Clearwater sembrava autonoma, come se conoscesse il mestiere a menadito, ma non parlava con nessuno, nei quattro anni pas­ sati in Germania non aveva emesso un solo suono articolato, Kara aveva spiegato all'ufficio immigrazione che era muta.
Clearwater era la traduzione in inglese della parola vietnamita “Thuy”, che era il nome della donna, ma siccome non rispondeva affatto a chiamarla Thuy, ormai “Clearwater” era diventato il suo nome, anche sui documenti.
Verso le quindici entrò un avventore, che salutò il personale in Inglese. Era molto alto e grosso, aveva un volto piuttosto deciso e i capelli piuttosto lunghi. Anche se in Germania non sono rari uomini altrettanto alti e pesanti, questo dava l'idea di essere ro­ busto per via del duro lavoro, e non grazie all'aiuto di steroidi. Nonostante sembrasse pesare un quintale e mezzo si muoveva con la grazia di un felino.
Sembrava piuttosto giovane, si guardò intorno, poi guardò il lavoro in cui era intenta Kara, e commentò in inglese: “Forse sono arrivato in un' ora sbagliata”
Kara, che parlava l'inglese meglio del tedesco, si premurò di contraddirlo, e di invitarlo a prendere posto. L'uomo si avviò, ap­ pena fatto un passo si fermò a fissare Clearwater, che gli dava le spalle, occupata a preparare bocconcini di pollo da friggere o arrostire.
La guardò per qualche secondo, convinto di averla riconosciuta anche se gli dava le spalle, la cugina e il cognato lo osservavano incuriositi.
“Thuy?” Chiese l'uomo. “forse non mi riconosci, credo di essere un po' cresciuto.”
Nessuna reazione.
Dree gli chiese, visibilmente confuso come conoscesse il nome della cognata, l'avventore rispose che la aveva conosciuta quan­ do era un ragazzino. Ovviamente si astenne dal dire che all'epoca lui aveva 13 anni ed era più alto di Clearwater, lei era una splendida asiatica di 20 anni, e il giovanotto aveva pure sperato nel colpaccio di fortuna... ma questa era storia antica.
Kara stava per dire al giovane che ora Clearwater rispondeva solo se veniva chiamata così, ma in quel momento accadde l'im­ previsto.
“Eagle” Clearwater aveva parlato, i vietnamiti sembravano colpiti da questa cosa, né il giovanotto, che si chiamava Yigal pote­ va sapere le implicazioni della cosa.
Semplicemente per i vietnamiti, che ignoravano il nome del loro ospite, Clearwater aveva detto la parola “Eagle”
Kara andò vicino a lei, si assicurò di avere le mani pulite, nonostante le avesse praticamente sterilizzate per avvolgere forchette e coltelli nei tovaglioli, le carezzò i capelli e indicando la carne disse: “Pollo”. La trattava come una bambina.
Yigal capì così che la “bella signora cinese” doveva aver subito qualche trauma, forse in Israele, a causa degli attacchi dei pale­ stinesi coi Qassam. Strano però, a quanto ne sapeva, Thuy era nata nella guerra con gli stati uniti, quindi doveva aver passato i primi 5 anni della propria vita sotto a dei bombardamenti molto più intensi e imprevedibili.
Dree chiese a Yigal se fosse israeliano, aveva sentito dire che gli israeliani son particolarmente alti e muscolosi. Yigal annuì.
Quindi il vietnamita gli chiese se, vivendo nella stessa terra che la aveva rovinata sapesse cosa le fosse successo.
Yigal, sinceramente, rispose: “Stavo per chiederlo io a voi, ma non dovrebbe essere un problema, scoprirlo.”
Intanto Clearwater aveva conficcato il coltello nel tagliere, uscì dal banco senza fermarsi a lavarsi le mani, e abbracciò Yigal, emettendo quello che poteva sembrare un sospiro di sollievo.
Yigal era un gigante, e Clearwater piuttosto piccola, sembravano padre e figlia.
Yigal si accorse che Clearwater sembrava volersi mettere a piangere, lei alzò lo sguardo, ed aveva sul volto una maschera di contrizione.
A Yigal sembrò di sentire i pensieri di lei, come se sapesse che lei cercava di imporre agli stivali di Yigal di sviluppare radici e ancorarlo al pavimento del ristorante, dove non rischiava di essere smembrato da una bomba o perforato da un proiettile. Yigal, incerto sul da farsi, le cinse le spalle con una mano.
Kara disse a Yigal: “Spende tutti i soldi che le do per comprare giocattoli, che va a mettere sulle tombe dei bambini. Sono soldi suoi, certo. Ma è strano.”
Yigal pensò al suo paese, all'odio che i leaders arabi vomitano sugli ebrei. Sapeva che Thuy veniva da Hanoi, e guardò i parenti di Thuy.
Annamiti. In guerra costante con tutto il mondo da oltre mille anni. Mentre gli ebrei venivano perseguitati in tutto il mondo, il mondo andava a cercare gli annamiti nella loro terra, per chissà quali motivi... E a pensarci bene neanche lui sapeva perché gli ebrei suscitassero tanto odio. In qualche modo lui stesso e quelle persone erano accomunate da una storia millenaria di persecu­ zioni, e li sentì come fratelli.
Tornò a guardare Clearwater, e le disse, gentilmente: “Dobbiamo stare qui tutto il giorno?”
Clearwater si scostò, lo guardò un paio di secondi, quindi gli afferrò una manica e con la mano libera lo trascinò verso il tavolo più vicino, quindi tornò ad occuparsi di fare a pezzi i pezzi di carne per le pietanze della serata.
Mentre Yigal consumava il proprio pasto notò che ad ogni movimento che faceva che non fosse necessario a mangiare, Clear­ water si voltava, come per controllare che non stesse andando via.
Fra una portata e l'altra Kara trovò il modo di dirgli: “Credo che il vederti abbia sbloccato qualcosa, ti fermi a lungo in città?”
Yigal le rispose: “Sono arrivato oggi, resto un paio di settimane... comunque ha bisogno di aiuto.”
La portata successiva Kara rispose: “Lo penso anche io, ma se puoi, torna qui”
Yigal annuì.
Insieme al conto, che Yigal chiese con una certa insistenza nonostante le rassicurazioni di Dree, c'era il classico biscottino della fortuna.
Yigal cominciò a scartarlo con la tipica divertita curiosità di chi si appresta a scartare un biscottino della fortuna.
Anticipò mentalmente la lettura del fogliettino: mentre apriva l'incartamento con le sue grosse dita le vide che reggevano un fo­ gliettino con sopra scritta la frase latina:
“Ibis redi bis numquam peribis”
Che può essere letta sia: “Partirai, non morirai, tornerai” sia “Partirai, morirai, non tornerai”
Prima che potesse appurare cosa ci fosse scritto sul fogliettino, il biscotto gli venne strappato di mano. Silenziosa come la neve, Clearwater gli era venuta vicino, apparentemente perché non voleva che Yigal leggesse il bigliettino. Sembrava volesse legger­ lo lei, ma nel suo stato poteva essere un' impressione.
La cugina, scandalizzata dallo scatto di Clearwater, stava prendendone un altro dalla giara in cui venivano tenuti, ma con un ge­ sto Yigal le fece capire che era meglio non sfidare i brandelli di salute mentale residua che Clearwater mostrava.
Perché la preoccupazione per il prossimo è segno di sanità mentale, non di infermità.
Clearwater gettò le briciole del biscottino e il biglietto nella spazzatura senza degnarlo di attenzione.
In quel momento entrò nel locale un' altra donna asiatica, Yigal pensò che fosse vietnamita anche lei, anche se era molto più alta dei tre nel locale, sul metro e settanta. Una statura piuttosto consueta fra le donne caucasiche, ma piuttosto rara nelle asiati­ che.
La donna era anche molto snella, portava i capelli corti, aveva un' espressione trasognata, ed aveva nei lineamenti qualcosa di trascendentale. Da dove si trovava Yigal vedeva solo il lato sinistro del suo volto.
La nuova arrivata Salutò Dree e Kara in tedesco, quindi Yigal dedusse che non era vietnamita.
Lei chiese formalmente il permesso di sedersi, Kara ridendo le rispose che non occorreva chiedesse il permesso. Per andare ai tavoli si voltò verso di lui, e nonostante Yigal fosse un soldato abituato a vedere qualsiasi cosa sul campo di battaglia, ebbe un mancamento.
La donna aveva sul lato destro del volto la cicatrice di un' ustione, a forma di crocifisso. Mentre camminava verso di lui Yigal si rese conto che faceva pensare a qualcosa come un angelo, sembrava l' incarnazione della parola “Dignità”.
E stava venendo verso di lui, per sedersi esattamente di fronte a lui.
Yigal si sentì come se le decine di missioni in cui aveva rischiato la vita, il durissimo addestramento e i suoi sette anni di vita mili­tare non fossero stati sufficienti a prepararlo a quell'incontro.

Primo scontro: Leyla Hayat contro Amelio Vaironi. Primo round.

Qualcuno la chiama “Piazza degli ebrei”, in quanto dietro alla chiesa c'è una strana struttura commemorativa della seconda guerra mondiale, che appare perfetta per sedersi e riposarsi, ed è in questo modo che viene usata. Pochi sanno cosa significhi la parola incisa sul bordo, forse in quanto tutti sapevano a cosa si riferisse.
Nonostante la giornata fosse stupenda, la piazza era deserta, tranne che in un punto: la terrazza di un bar, gremita di avventori. Le cameriere prendevano ordinazioni e consegnavano le comande con evidente frenesia. Le voci degli avventori costituivano un ronzio indistinto, sicuramente il bar stava realizzando notevoli profitti, come del resto faceva ogni giorno.
Era una giornata d'autunno, ma sembrava che il sole volesse regalare un ultimo giorno d'estate prima dell'inverno, che a quelle latitudini è piuttosto rigido.
Un altro locale si affacciava sulla stessa piazza, ma non era altrettanto popolare, in effetti tanti si chiedevano se fosse effettiva­ mente in attivo. Nonostante la posizione vantaggiosa, c' era un po' di movimento al mattino presto e qualcosa alla sera, per lo più ragazzini che si ubriacavano a metà prima di andare in discoteca.
Leyla lavorava da qualche settimana in quel locale come banconiera, e dopo un' ora senza vendere neanche un caffè aveva fini­ to tutte le incombenze che poteva inventarsi per non trovarsi impreparata casomai tutta la città avesse deciso che voleva un caf­ fè, un tramezzino o un gelato proprio da lei.
Si appoggiò al banco, immobile come una statua. Guardò il movimento dell'altro bar, e si focalizzò sulle cameriere della con­ correnza, belle come le più belle urì che Allah può immaginarsi per ricompensare gli sforzi dei suoi più devoti martiri.
Tutte belle di una bellezza diversa, e allo stesso tempo instancabili cameriere, tutte ragazze per il quale qualsiasi uomo avrebbe svuotato le proprie vene senza rimpianti, e sapeva anche che in quel locale il barista era un ragazzo di una bellezza che fa male al cuore.
Doveva essere questo il motivo del successo dell'altro bar.
C' era con lei solo il direttore del locale, un ometto di mezza età in perenne conflitto con il titolare, proprio a causa del fatto che assumeva persone inadatte a dare un' immagine di pulizia al locale.
In effetti, considerando la sua età, non era sgradevole agli occhi: era un simpatico signore di una certa eleganza. Non da mettere in un poster destinato alle ragazzine delle medie ma neanche da liquidare come un rottame.
Considerò le cameriere che lavoravano con lei, che al momento non erano presenti nel locale, in quanto era ormai accettato che a certi orari il bar proprio non andava.
Una era più larga che alta, e non la simpatica ciccia che denota la donna che ama i piaceri della vita, ma lardo che impedisce persino di camminare bene e dà irrimediabilmente l'idea che una persona non abbia modo di lavarsi efficacemente.
La seconda era un' eccellente lavoratrice, ma aveva quasi sessant'anni. Magra, con la pelle rinsecchita dal sole e da chissà quali dispiaceri, le mancava un dente davanti, ma non se ne curava minimamente. La terza ed ultima era anche proponibile, estetica­ mente, ma aveva costantemente l'alito come se mangiasse i calzini di Rambo per colazione ogni mattina, Leyla si chiese se non fosse indice di qualche malattia letale.
E poi c'era lei, Leyla stessa.
Si considerò, e riconobbe, molto onestamente, che era più che adeguata a completare il quartetto di squallore.
Era alta oltre un metro e ottanta, e benché la sua figura apparisse piuttosto slanciata, era muscolosa come un rocciatore. Anche quando era rilassata voluminose vene percorrevano le sue braccia, grosse come il suo collo, tradendo una forza mostruosa.
Ad ogni movimento, anche il più insignificante i suoi muscoli guizzavano come pesci arenati, sotto la sua pelle resa plastica dalla mancanza di grasso. I muscoli addominali sembravano scolpiti nel granito, e avrebbero fatto l'invidia di molti culturisti maschi.
Insomma, dal collo in giù sembrava una macchina da guerra, più che una donna.
Dal collo, quasi taurino, in su... il volto era più che adeguato a fare il paio: due bellissimi occhi del colore dell'oleandro erano resi micidiali da una costante espressione mista di rabbia e disappunto.
Leyla aveva dimenticato come si sorride.
Una voce cercò di rompere la noia, e le chiese: “Respiri?”
Era il direttore del locale. Leyla si voltò a guardarlo, e si sforzò di apparire divertita dalla battuta.
Non sapeva come si fa a sembrare divertiti, sperò che l'uomo avrebbe capito.
“Ogni tanto, per non lasciar capire che sono un cyborg” Rispose lei.
L' uomo le disse: “Penso che qui imparerai a rilassarti un po'”
Leyla tornò a guardare la piazza e disse, con tono neutro: “Questo è sicuro, spero di rammollirmi un po' anche. Sembro un lotta­ tore turco.”
L' uomo cercò di rassicurarla e le disse: “Adesso si sta diffondendo la moda delle super palestrate, son tanti gli uomini che si chiedono se per caso non abbiano dimenticato qualche muscolo”
Leyla tornò a guardarlo, ci stava provando con lei? Non era certo un Adone, ma tanto per cominciare e considerando il piazzale a cui poteva aspirare... decise che il primo passo verso la libertà era stabilito: se il direttore glie lo avesse chiesto, lei lo avrebbe accontentato. A lui e a sé stessa.
Il direttore la interruppe: “Però non capisco, se non ti piacevano i muscoli, perché te li sei fatta?”
Leyla non capiva, e chiese di riformulare la questione.
Il direttore lo fece: “Non ci nasci con un fisico così, devi esserti allenata molto duramente, non capisco, volevi diventare così muscolosa e ora sei pentita?”
Leyla negò con un movimento del capo, e disse: “Un po' è costituzione, ma mi serviva un fisico efficiente per il mio lavoro, e non avevo in mente questioni romantiche. Un giorno non mi serviva più, e allora ci penso e vorrei non averlo fatto.”
Distrattamente piegò il braccio per evidenziare il bicipite, tanto sviluppato da sembrare più una patata che un fuso, nuove vene invisibili quando era rilassata si disegnarono quasi istantaneamente.
Il direttore, vedendo la pelle del braccio di Leyla seguire ogni anfratto e cavità del muscolo con perfetta aderenza si rese conto che Leyla era di certo la persona più muscolosa che avesse mai conosciuto, e rimase sbalordito dall'idea di potenza pura data dal braccio di Leyla. “In nome di Dio, che mestiere facevi per aver bisogno di un corpo così potente?” Chiese, bianco in volto, in­ tuendo per la prima volta che Leyla, la barista palestinese, doveva avere di certo un passato all'altezza di quel corpo mostruoso.
“Ero una terrorista di Hamas, che altro?” disse lei, e per la prima volta in 10 anni riuscì a far capire che intendeva sorridere.
Avrebbe di certo voluto che fosse uno scherzo, e la sua intenzione era che il direttore pensasse che stesse scherzando, ma era la pura verità. Leyla pochi mesi prima aveva sparato ad una soldatessa, probabilmente uccidendola. In precedenza aveva parteci­ pato al lancio di razzi, e per lei le vite dei nemici erano solo numeri, come se non morisse realmente qualcuno.
Alla mente le tornò il momento dello sparo. La donna, colpita nella spina dorsale dal fianco, che in quel momento del passo era libero dall'armatura., gridava in ebraico:
“Salvate mio figlio!” tenendosi convulsamente le mani sulla pancia.
Leyla era rimasta a guardare: “la troia sionista adesso sa cosa significa morire”. Era caduta come un sacco di patate, in quanto la spina dorsale era spezzata. I suoi commilitoni le si fecero intorno, Leyla, dal proprio nascondiglio pensò che erano proprio degli idioti, forse sarebbe riuscita a farne fuori altri due, uno di sicuro. Sembrava che fossero tutti impegnati a prestare soccorso alla donna, quattro erano su di lei, la incoraggiavano a tenere duro, altri due cercavano di capire dove potesse trovarsi Leyla, ma i quattro che prestavano soccorso sembravano essersi dimenticati del tutto cosa aveva abbattuto la donna che stavano soccorren­ do.
Leyla ne scelse uno che si muoveva meno degli altri tre, stava prendendo di mira la vertebra del collo, esposta. Fra le urla con­ citate udì il suo bersaglio successivo gridare:
“non sappiamo se il cecchino è ancora qui, dobbiamo portarla via noi!”
Leyla rinunciò alla preda, confusa, e si nascose del tutto: un trucco psicologico? Quegli uomini rischiavano deliberatamente la vita per salvare una loro compagna probabilmente già condannata a morte dalla ferita? Non seppe come elaborare questa nuova nozione, e attese che se ne andassero...
Tornò bruscamente al presente, notò un potenziale avventore che si stava avvicinando.
Osservò che i vestiti erano stati lavati, ma risciacquati male, e nei capelli tagliati corti aveva macchie di sapone. Nel complesso sembrava sulla quarantina, quindi doveva averne fra i trenta e i trentacinque.
“Ah” Si fece sfuggire il direttore. “Un italiano fallito.” stabilì, ostentando discernimento.
Il barbone sarebbe stato da loro in un minuto, e Leyla chiese: “Italiano fallito?”
Il direttore rispose: non ne ho visti di così giovani, ma non c'è da sbagliarsi, qualcuno che in Italia aveva problemi di droga o qualcosa di simile ed è venuto in questa città pensando che cacasse denaro.” Fece una pausa. “In effetti è così, per chi vuole la­ vorare onestamente, ma qualcuno scopre che anche in Germania a lavorare si fa fatica, e dopo un po' diventa famoso come piantagrane, non riesce a trovare lavoro e finisce per vivere di espedienti.”
Leyla guardò il fallito con aria incuriosita, e il direttore aggiunge: “è più facile vivere di espedienti in questa città, che vivere la­ vorando in Italia, me lo ha detto più d' uno di loro.”
Ormai il nuovo arrivato era entrato nel locale, non c'era tempo per ulteriori spiegazioni ma Leyla si era fatta un' idea del tipo.
L' uomo rovesciò sul bancone delle monetine, e disse a Leyla: “ho delle banconote in tasca, ma vorrei liberarmi di un po' di mo­ netine, so che a voi servono.” Parlava in inglese.
Leyla andò davanti a lui, che stava separando delle monetine dal mucchietto, e gli chiese cosa desiderasse ordinare, in inglese.
L' avventore alzò la testa per guardarla, e calcando di molto la “R” chiese: “il tuo accento è gRRRazioso, di dove sei?”
“Sono palestinese” disse lei, chiedendosi se avrebbe imparato un nuovo trucco con cui i pezzenti pretendono di non pagare il proprio conto.
“L' avevo capito subito!” disse lui, entusiasta: ”Sembri una tigre! Ah, le donne palestinesi fondono forza e bellezza” Leyla, che a Gaza non aveva mai conosciuto una donna che le arrivasse oltre il mento, stabilì che l'avventore era un perfetto cretino.
Fra sbattergli la testa contro il bancone un congruo numero di volte e prenderlo in giro scelse la seconda, e chiese: “Sei mai sta­ to a Gaza?”
l'uomo rispose, con la gradasseria di un bambino: “Certo, varie volte. Ho anche avuto a che ridire con il Konvitato.”
Leyla rimase sconcertata, pensava che nessuno fuori dalla striscia di Gaza avesse mai sentito parlare del Konvitato. Dunque quell' uomo ci era effettivamente stato. Lo guardò, e le fu chiaro che se davvero aveva incontrato il Konvitato di certo aveva ab­ bassato le orecchie come un cane.
Decise comunque di indagare.
“Cosa intendi dire? Hai litigato con il Konvitato?” chiese lei, spalancando volutamente gli occhi a simulare stupore ed ammira­ zione.
L' uomo rispose: “So che sembro magro, ma sono un tipo atletico, e il Konvitato è più ciccia che altro”, fa il gradasso perché ha sempre i suoi sgherri intorno, ma con me gli è andata male.”
Leyla chiese: “Cosa intendi per “andata male”?”
Il fanfarone disse: “Io sono contro la violenza, ma quando ho visto quell'uomo, pensando a tutto quello che aveva fatto, gli ho detto: “Stronzo, sono qui, disarmato, puoi prendermi da uomo a uomo?” ” gesticolava come se avesse davvero davanti il Konvi­ tato... o meglio dire che gesticolava come avrebbe voluto fare se lo avesse incontrato.
Il Konvitato godeva di un certo rispetto nei territori, non era crudele, ma si diceva che in combattimento non ci fosse modo di avere la meglio sulla sua squadra, e così il sogno di molti bambini nella striscia era di essere quello che lo avrebbe spedito al­ l'altro mondo.
Leyla trovò irritante la fandonia dell'avventore, ma non poteva fare altro che sentire come sarebbe proseguita.
Proseguì. “gli ho preso un braccio, di sorpresa, e lo ho incastrato nel corrimano della sua jeep prima che se ne potesse accorgere il gomito era spezzato.”
Leyla visualizzò mentalmente una jeep israeliana, non ha nessun corrimano. Era scandalizzata dall'assurdità della menzogna, implausibile per vari motivi di ordine diverso, sentiva che il direttore si era allontanato per non scoppiare a ridere. Che il volto di Leyla tradisse le sue emozioni? Più gentilmente che poté si informò: “Ma il Konvitato non gira mai da solo, cosa hanno fatto i suoi commilitoni?”
Pregustava l'imbarazzo del bugiardo. Imbarazzo che non venne, l'uomo era molto rapido ad inventar fandonie.
Infatti rispose: “ero nell'ISM, non potevano toccarmi o sarebbe scoppiato un caso internazionale, quindi se ne sono andati, con il Konvitato che piangeva dal dolore, ma mi hanno minacciato di beccarmi con una pallottola vagante.”
ISM... come quella ragazza schiacciata da un bulldozer, senza far scoppiare alcun caso internazionale... forse qualche cimitero ebraico in più era stato profanato, nel mondo, in onore della ragazza, ma a Gaza non era cambiato niente. Però questo strano uomo sapeva delle cose che non avrebbe avuto ragione di sapere, se fosse stato un completo ciarlatano.
Voleva sputtanarlo? Voleva assecondarlo? In ogni caso chiese: “Quando è stato?”
L'uomo reagì come se la maestra alle elementari lo avesse richiamato perché intento a guardare fuori dalla finestra.
Leyla esplicò la domanda, alzando il braccio sinistro orizzontalmente e facendo oscillare l'avambraccio come un pendolo, poi indicò il gomito e disse: “una frattura ci mette mesi a guarire, quando è stato che hai rotto il braccio al Konvitato?”
L'uomo rispose: “Lo hai visto, quando aveva il braccio fasciato, no?”
Leyla fece di no con la testa, e mentì: “Io non lo ho mai visto dal vivo, non so neanche se esiste davvero o se è un' invenzione della TV palestinese.”
L' uomo apparve sollevato: “Bé, non lo è, a giudicare dal suono che ha fatto il suo braccio quando si è rotto.”
Leyla era, suo malgrado, piuttosto confusa.
“Comunque mi chiamo Amelio.” disse lui.
Leyla lo guardò, questa non glie la avrebbe perdonata. Amelio Vaironi era il suo mito: oltre ad essere alto e bello, era un indi­ scusso eroe, contraddistinto da un grande spregio del pericolo e una immensa compassione. Ora voleva proprio sputtanarlo.
Amelio tirò fuori la carta d'identità e la mostrò orgoglioso a Leyla, dicendo: “Non dico palle” La foto sulla carta d'identità era la stessa che Leyla aveva visto in TV qualche anno prima, e corrispondeva alla stupida faccia del barbone.
Come si era ridotto così? Si astenne dal chiederlo, lo avrebbe scoperto prima o poi. Tornò a chiedergli cosa avrebbe ordinato, lui spinse le monetine contate davanti a sé e fece per parlare, ma Leyla gli disse che Amelio era suo ospite.
Amelio rimase nel locale tutta la giornata, infastidendo Leyla e il direttore del locale con i suoi assurdi racconti, ognuno dei quali rafforzava in Leyla il dubbio che la figura di Amelio Vaironi fosse stata mitizzata e che in realtà fosse un ignobile cazza­ ro.
Durante il resto del pomeriggio arrivarono altri due avventori, che consumarono e se ne andarono in fretta, infastiditi dalla pre­ senza del fallito italiano.
Quando Vaironi se ne andò il direttore andò da Leyla e le disse: “il soggetto è andato via senza pagare, e si è mangiato e bevuto tutta la tua giornata”
Per un istante Leyla pensò al suo già magro stipendio, a cosa avrebbe dovuto rinunciare quel mese, e il direttore aggiunse: “se non facciamo qualcosa tornerà ogni giorno, i falliti italiani fanno così”
Leyla sbiancò, si vedeva già a ubriacarsi con vino in cartone dietro alle stazioni di servizio, insieme con gli sbandati della città.
Gli rispose: “ne parliamo questa sera, abbiamo da stare qui altre quatto ore, e alla sera un po' di movimento c'è.”
Il direttore annuì, e i due si disposero ad attendere i clienti.
Fu stabilito che per qualche giorno Leyla sarebbe rimasta a lavorare in cucina, e se Amelio fosse tornato gli sarebbe stato detto che lei aveva lasciato la città per motivi suoi. La soluzione più semplice, secondo il direttore. Poi le porse dei soldi presi dalla propria tasca e riferendosi al titolare disse: “Nella mia posizione so quanto ti paga lo stronzo, vorrei aiutarti”
Leyla rifiutò con un' energica scrollata di capo, e il direttore disse: “Lo stronzo calcola gli stipendi al centesimo per impedirti di cercare lavoro altrove, questi sono già tuoi di diritto”
Leyla allora li accetto, ripromettendosi di restituirli, anche se non sapeva come. Sembrava che ogni volta che riusciva a rispar­ miare degli euri questi dovessero subito andare in detersivo per lavatrice, vestiti, bollette varie, si chiedeva con quale diabolica abilità il titolare riusciva a calcolare quasi al centesimo quanto le serviva per vivere.
Pensò che se avesse disdetto il conto in banca per risparmiare 4 euro al mese, qualche nuovo imprevisto o esigenza, o aumento del costo della vita glie li avrebbe mangiati.
“Sai” aggiunse il direttore... “Avrei voluto offrirti una cena fuori, immagino che ora sia impossibile”
Leyla, tenendo ancora i soldi in mano lo indicò e disse: “quando sarò pronta te la offrirò io.”
Incontrare dal vivo Amelio Vaironi le aveva fatto bene o le aveva fatto male? Lo odiava per aver distrutto una sua illusione, ma si rese conto che tale illusione andava distrutta. In Palestina poteva mangiare tutto quello che voleva e non aveva problemi a ve­ stirsi, ma c'era una disoccupazione diffusa: toccava accettare l'elemosina degli israeliani per sopravvivere e non ci si poteva sen­ tire padroni del proprio destino. Qui era il contrario, Leyla doveva sudare ogni briciola di pane, ogni sorso d'acqua, tutto il suo tempo era dedicato a questo.
Sentiva la sua mente sgombrarsi piano piano. Era questa la libertà?
Quando si è padroni del proprio destino si è anche responsabili del proprio destino.
Non c'era nessun soldato israeliano a cui dare la colpa, se arrivava tardi al lavoro, Era in città da due mesi, ma la fame le aveva insegnato a come ci si sente quando la morte non è più un momento di gloria indolore in una vita che sembra una brutta opera teatrale.

Leyla aveva imparato cosa fosse la realtà, e disprezzava il mondo delle fantasie di gloria, ora.  

Personaggi principali.

Leyla Hayat.
Giovane terrorista palestinese, afflitta da una crisi di coscienza. È imbarazzata dal proprio aspetto estremamente imponen­te e minaccioso.
Amelio Vaironi.
Giornalista italiano caduto in disgrazia per aver divulgato notizie inventate. Sembra incapace di intraprendere qualsiasi professione.
Clearwater.
Guerriera vietnamita, distintasi nei teatri medio orientali, dal lato israeliano. Gli orrori delle guerre a cui ha partecipato la hanno resa autistica.
Yigal “Il Konvitato” Kaplinskji.
Tenente di fanteria nell'esercito Israeliano. Questo gigante è in licenza in Europa in quanto sfrattato dalla striscia di Gaza durante il ritiro unilaterale del 2005.
Aaron Kaplinskji
Capitano di fanteria dell'esercito Israeliano. Negli anni '90 fu preso prigioniero, torturato e lasciato per morto nella stri­scia di Gaza. È tuttora in coma.
Christiana Bradley.
Pilota di elicotteri alla clinica universitaria della città. In passato era una pilota dell'esercito filippino. Presenta una cica­trice al volto che sembra inferta di proposito.
Ivan “Narak” Liebermann.
Giovane vigile del fuoco, di origini Thailandesi. Prima di trasferirsi in Germania era una promessa del pugilato. Piuttosto energico nei modi cela un carattere generoso.
Torsten Dollinger.
Tenente della polizia tedesca, famoso per la sua abilità investigativa. I suoi modi accomodanti e suadenti sono parte del suo modo di affrontare il proprio lavoro.
Sivan Lutchky
Ricercatrice medica Israeliana. Un incidente di cui non vuole parlare la ha costretta su una sedia a rotelle.
Coccinella.
Misterioso quanto abile ninja iraniano. Si vanta della propria omosessualità. Di lui non si sa praticamente altro.
Nocturne.
Entità sovrannaturale i cui scopi non sono chiari. Appare talvolta come il cadavere di una bambina asiatica morta dilania­ ta, talvolta come il cadavere in avanzato stato di putrefazione dell'interlocutore.


Prefazione generale.

Mi piace scrivere dei racconti, disegnare, programmare personaggi per videogiochi, e comporre semplici musichette. siccome più d'uno fra quanti li hanno letti mi han suggerito di aprire un Blog per pubblicare il mio lavoro, ho di recente deciso di farlo.
Premetto che non sono uno scrittore, non ho altra esperienza che il mio hobby, lo faccio senza scopo di lucro, son solo curioso di vedere cosa ne penseranno i pochi che si imbatteranno in questo progetto.

Avvertenze:

Il progetto “Eclissi dei sentimenti” parte da un mondo relativamente simile al nostro, spesso i personaggi si riferiscono ad eventi realmente accaduti o a persone realmente esistenti, comunque il tema è surreale, i fatti nel racconto vanno intesi come puramente inventati, in ogni caso non intendo specificare quali sono ispirati a esperienza e quali a invenzione.

Non sempre la logica delle azioni è il buon senso dello scrittore.

I dialoghi dei personaggi saranno, nelle mie intenzioni, verosimili, e la stessa cosa vale per il modo in cui si danno istruzioni a vicenda.
Quando due esperti in qualcosa dovranno accordarsi non si rispiegheranno a beneficio del lettore quello che, vista la professione ognuno dei due da per scontato che l'altro sappia. Pertanto è probabile che spesso il lettore non capisca cosa è che ha fatto decidere al personaggio di compiere l'azione che poi compie.
Alcune cose verranno menzionate dai personaggi ma non verranno spiegate. Cioè il lettore non riceverà delle spiegazioni in quanto non le ricevono i personaggi, è un mio esperimento di immersione.

Alcuni personaggi dei miei racconti o romanzi di cui è specificata la provenienza geografica e/o culturale potranno sembrare stereotipati.
Questi racconti non vogliono essere una guida per i viaggiatori, il personaggio del tal paese o della tale organizzazione non si comporta nel modo che descrivo perché io voglia insinuare che la sua visione è quella che prevale nel suo ambiente di provenienza, neanche quando il mio personaggio, (amalgama di fantasia e delle mie esperienze con cittadini di tale paese), dovesse sostenerlo.
In questi racconti i personaggi non sanno quello che so io, i buoni diranno o faranno anche cose che non condivido, i cattivi diranno o faranno anche cose che condivido, e il bello dal mio punto di vista è che neanche io saprei rispondere alla domanda: “Si, ma chi sono i buoni e chi sono i cattivi?”

Quindi sarò lieto di discutere ogni capitolo, o delucidazioni su quello che mi risulta su luoghi o tradizioni esotiche, problemi legati al mondo del lavoro, fibbie nelle imbragature da pompieri ecc. ecc.
Accetto, anzi, incoraggio ogni obbiezione su incongruenze. (Tipo un personaggio che scaglia due volte lo stesso sasso )

Se avete obbiezioni del tipo: ”Si, ma il personaggio di Cincischiate di sotto è una brava persona, mentre tutti sanno che a Cincischiate son tutti dei bastardi” rispondo questo: “Sono sicuro che altri hanno scritto su questa o quella guerra qualche racconto che condivide la tua percezione di [Cincischiate di sotto] o Germania, o Israele, o Islanda. Qui non si parla di Cincischiate di sotto ma di uno che viene da Cincischiate di sotto, e per quello che ne sappiamo potrebbe essere stato scacciato in quanto indegno.”

Inoltre, se funzionale ai fini della storia, le affiliazioni segrete di alcuni personaggi verranno taciute anche al lettore, quindi vi dico subito che avvengono dei doppi giochi che vengono nascosti anche al lettore...

Quanto a licenze e proprietà intellettuali, questo lavoro viene pubblicato a titolo gratuito, se esiste qualcuno che intende prenderne pezzi e spacciarli per propri ne sono lusingato, ma se volete consigliarne la lettura credo che la cosa più semplice sia consigliare questo sito.

Non credo che il mio lavoro valga una cacca di cavallo senza panna, ma se qualcuno esprimerà il desiderio di darmi un $accone di soldi in modo che io chieda meno straordinari sul lavoro retribuito e lavori più speditamente a questo blog, non metterò in discussione le sue motivazioni.

Pubblicherò i capitoli degli svariati racconti suddividendoli per opera di appartenenza, e istituirò una sezione a parte per racconti brevi, frizzi & lazzi.

Ho da poco completato la stesura ed una correzione della prima parte di Eclissi dei sentimenti, la storia si compone di tre parti, sto lavorando alla seconda.

Le tre parti di Eclissi dei sentimenti sono:
La città dei rifugiati.
I figli della forca
E finalmente arrivò la polizia.

Forse c'è altro che dovrei dire qui, ma per il momento non mi viene in mente niente, quindi non mi resta che augurare buona lettura.