Qualcuno la chiama “Piazza degli
ebrei”, in quanto dietro alla chiesa c'è una strana struttura
commemorativa della seconda guerra mondiale, che appare perfetta per
sedersi e riposarsi, ed è in questo modo che viene usata. Pochi
sanno cosa significhi la parola incisa sul bordo, forse in quanto
tutti sapevano a cosa si riferisse.
Nonostante la giornata fosse stupenda,
la piazza era deserta, tranne che in un punto: la terrazza di un bar,
gremita di avventori. Le cameriere prendevano ordinazioni e
consegnavano le comande con evidente frenesia. Le voci degli
avventori costituivano un ronzio indistinto, sicuramente il bar stava
realizzando notevoli profitti, come del resto faceva ogni giorno.
Era una giornata d'autunno, ma sembrava
che il sole volesse regalare un ultimo giorno d'estate prima
dell'inverno, che a quelle latitudini è piuttosto rigido.
Un altro locale si affacciava sulla
stessa piazza, ma non era altrettanto popolare, in effetti tanti si
chiedevano se fosse effettiva mente in attivo. Nonostante la
posizione vantaggiosa, c' era un po' di movimento al mattino presto e
qualcosa alla sera, per lo più ragazzini che si ubriacavano a metà
prima di andare in discoteca.
Leyla lavorava da qualche settimana in
quel locale come banconiera, e dopo un' ora senza vendere neanche un
caffè aveva fini to tutte le incombenze che poteva inventarsi
per non trovarsi impreparata casomai tutta la città avesse deciso
che voleva un caf fè, un tramezzino o un gelato proprio da
lei.
Si appoggiò al banco, immobile come
una statua. Guardò il movimento dell'altro bar, e si focalizzò
sulle cameriere della con correnza, belle come le più belle
urì che Allah può immaginarsi per ricompensare gli sforzi dei suoi
più devoti martiri.
Tutte belle di una bellezza diversa, e
allo stesso tempo instancabili cameriere, tutte ragazze per il quale
qualsiasi uomo avrebbe svuotato le proprie vene senza rimpianti, e
sapeva anche che in quel locale il barista era un ragazzo di una
bellezza che fa male al cuore.
Doveva essere questo il motivo del
successo dell'altro bar.
C' era con lei solo il direttore del
locale, un ometto di mezza età in perenne conflitto con il titolare,
proprio a causa del fatto che assumeva persone inadatte a dare un'
immagine di pulizia al locale.
In effetti, considerando la sua età,
non era sgradevole agli occhi: era un simpatico signore di una certa
eleganza. Non da mettere in un poster destinato alle ragazzine delle
medie ma neanche da liquidare come un rottame.
Considerò le cameriere che lavoravano
con lei, che al momento non erano presenti nel locale, in quanto era
ormai accettato che a certi orari il bar proprio non andava.
Una era più larga che alta, e non la
simpatica ciccia che denota la donna che ama i piaceri della vita, ma
lardo che impedisce persino di camminare bene e dà irrimediabilmente
l'idea che una persona non abbia modo di lavarsi efficacemente.
La seconda era un' eccellente
lavoratrice, ma aveva quasi sessant'anni. Magra, con la pelle
rinsecchita dal sole e da chissà quali dispiaceri, le mancava un
dente davanti, ma non se ne curava minimamente. La terza ed ultima
era anche proponibile, estetica mente, ma aveva costantemente
l'alito come se mangiasse i calzini di Rambo per colazione ogni
mattina, Leyla si chiese se non fosse indice di qualche malattia
letale.
E poi c'era lei, Leyla stessa.
Si considerò, e riconobbe, molto
onestamente, che era più che adeguata a completare il quartetto di
squallore.
Era alta oltre un metro e ottanta, e
benché la sua figura apparisse piuttosto slanciata, era muscolosa
come un rocciatore. Anche quando era rilassata voluminose vene
percorrevano le sue braccia, grosse come il suo collo, tradendo una
forza mostruosa.
Ad ogni movimento, anche il più
insignificante i suoi muscoli guizzavano come pesci arenati, sotto la
sua pelle resa plastica dalla mancanza di grasso. I muscoli
addominali sembravano scolpiti nel granito, e avrebbero fatto
l'invidia di molti culturisti maschi.
Insomma, dal collo in giù sembrava una
macchina da guerra, più che una donna.
Dal collo, quasi taurino, in su... il
volto era più che adeguato a fare il paio: due bellissimi occhi del
colore dell'oleandro erano resi micidiali da una costante espressione
mista di rabbia e disappunto.
Leyla aveva dimenticato come si
sorride.
Una voce cercò di rompere la noia, e
le chiese: “Respiri?”
Era il direttore del locale. Leyla si
voltò a guardarlo, e si sforzò di apparire divertita dalla battuta.
Non sapeva come si fa a sembrare
divertiti, sperò che l'uomo avrebbe capito.
“Ogni tanto, per non lasciar capire
che sono un cyborg” Rispose lei.
L' uomo le disse: “Penso che qui
imparerai a rilassarti un po'”
Leyla tornò a guardare la piazza e
disse, con tono neutro: “Questo è sicuro, spero di rammollirmi un
po' anche. Sembro un lotta tore turco.”
L' uomo cercò di rassicurarla e le
disse: “Adesso si sta diffondendo la moda delle super palestrate,
son tanti gli uomini che si chiedono se per caso non abbiano
dimenticato qualche muscolo”
Leyla tornò a guardarlo, ci stava
provando con lei? Non era certo un Adone, ma tanto per cominciare e
considerando il piazzale a cui poteva aspirare... decise che il primo
passo verso la libertà era stabilito: se il direttore glie lo avesse
chiesto, lei lo avrebbe accontentato. A lui e a sé stessa.
Il direttore la interruppe: “Però
non capisco, se non ti piacevano i muscoli, perché te li sei fatta?”
Leyla non capiva, e chiese di
riformulare la questione.
Il direttore lo fece: “Non ci nasci
con un fisico così, devi esserti allenata molto duramente, non
capisco, volevi diventare così muscolosa e ora sei pentita?”
Leyla negò con un movimento del capo,
e disse: “Un po' è costituzione, ma mi serviva un fisico
efficiente per il mio lavoro, e non avevo in mente questioni
romantiche. Un giorno non mi serviva più, e allora ci penso e vorrei
non averlo fatto.”
Distrattamente piegò il braccio per
evidenziare il bicipite, tanto sviluppato da sembrare più una patata
che un fuso, nuove vene invisibili quando era rilassata si
disegnarono quasi istantaneamente.
Il direttore, vedendo la pelle del
braccio di Leyla seguire ogni anfratto e cavità del muscolo con
perfetta aderenza si rese conto che Leyla era di certo la persona più
muscolosa che avesse mai conosciuto, e rimase sbalordito dall'idea di
potenza pura data dal braccio di Leyla. “In nome di Dio, che
mestiere facevi per aver bisogno di un corpo così potente?”
Chiese, bianco in volto, in tuendo per la prima volta che
Leyla, la barista palestinese, doveva avere di certo un passato
all'altezza di quel corpo mostruoso.
“Ero una terrorista di Hamas, che
altro?” disse lei, e per la prima volta in 10 anni riuscì a far
capire che intendeva sorridere.
Avrebbe di certo voluto che fosse uno
scherzo, e la sua intenzione era che il direttore pensasse che stesse
scherzando, ma era la pura verità. Leyla pochi mesi prima aveva
sparato ad una soldatessa, probabilmente uccidendola. In precedenza
aveva parteci pato al lancio di razzi, e per lei le vite dei
nemici erano solo numeri, come se non morisse realmente qualcuno.
Alla mente le tornò il momento dello
sparo. La donna, colpita nella spina dorsale dal fianco, che in quel
momento del passo era libero dall'armatura., gridava in ebraico:
“Salvate mio figlio!” tenendosi
convulsamente le mani sulla pancia.
Leyla era rimasta a guardare: “la
troia sionista adesso sa cosa significa morire”. Era caduta come un
sacco di patate, in quanto la spina dorsale era spezzata. I suoi
commilitoni le si fecero intorno, Leyla, dal proprio nascondiglio
pensò che erano proprio degli idioti, forse sarebbe riuscita a farne
fuori altri due, uno di sicuro. Sembrava che fossero tutti impegnati
a prestare soccorso alla donna, quattro erano su di lei, la
incoraggiavano a tenere duro, altri due cercavano di capire dove
potesse trovarsi Leyla, ma i quattro che prestavano soccorso
sembravano essersi dimenticati del tutto cosa aveva abbattuto la
donna che stavano soccorren do.
Leyla ne scelse uno che si muoveva meno
degli altri tre, stava prendendo di mira la vertebra del collo,
esposta. Fra le urla con citate udì il suo bersaglio
successivo gridare:
“non sappiamo se il cecchino è
ancora qui, dobbiamo portarla via noi!”
Leyla rinunciò alla preda, confusa, e
si nascose del tutto: un trucco psicologico? Quegli uomini
rischiavano deliberatamente la vita per salvare una loro compagna
probabilmente già condannata a morte dalla ferita? Non seppe come
elaborare questa nuova nozione, e attese che se ne andassero...
Tornò bruscamente al presente, notò
un potenziale avventore che si stava avvicinando.
Osservò che i vestiti erano stati
lavati, ma risciacquati male, e nei capelli tagliati corti aveva
macchie di sapone. Nel complesso sembrava sulla quarantina, quindi
doveva averne fra i trenta e i trentacinque.
“Ah” Si fece sfuggire il direttore.
“Un italiano fallito.” stabilì, ostentando discernimento.
Il barbone sarebbe stato da loro in un
minuto, e Leyla chiese: “Italiano fallito?”
Il direttore rispose: non ne ho visti
di così giovani, ma non c'è da sbagliarsi, qualcuno che in Italia
aveva problemi di droga o qualcosa di simile ed è venuto in questa
città pensando che cacasse denaro.” Fece una pausa. “In effetti
è così, per chi vuole la vorare onestamente, ma qualcuno
scopre che anche in Germania a lavorare si fa fatica, e dopo un po'
diventa famoso come piantagrane, non riesce a trovare lavoro e
finisce per vivere di espedienti.”
Leyla guardò il fallito con aria
incuriosita, e il direttore aggiunge: “è più facile vivere di
espedienti in questa città, che vivere la vorando in Italia,
me lo ha detto più d' uno di loro.”
Ormai il nuovo arrivato era entrato nel
locale, non c'era tempo per ulteriori spiegazioni ma Leyla si era
fatta un' idea del tipo.
L' uomo rovesciò sul bancone delle
monetine, e disse a Leyla: “ho delle banconote in tasca, ma vorrei
liberarmi di un po' di mo netine, so che a voi servono.”
Parlava in inglese.
Leyla andò davanti a lui, che stava
separando delle monetine dal mucchietto, e gli chiese cosa
desiderasse ordinare, in inglese.
L' avventore alzò la testa per
guardarla, e calcando di molto la “R” chiese: “il tuo accento è
gRRRazioso, di dove sei?”
“Sono palestinese” disse lei,
chiedendosi se avrebbe imparato un nuovo trucco con cui i pezzenti
pretendono di non pagare il proprio conto.
“L' avevo capito subito!” disse
lui, entusiasta: ”Sembri una tigre! Ah, le donne palestinesi
fondono forza e bellezza” Leyla, che a Gaza non aveva mai
conosciuto una donna che le arrivasse oltre il mento, stabilì che
l'avventore era un perfetto cretino.
Fra sbattergli la testa contro il
bancone un congruo numero di volte e prenderlo in giro scelse la
seconda, e chiese: “Sei mai sta to a Gaza?”
l'uomo rispose, con la gradasseria di
un bambino: “Certo, varie volte. Ho anche avuto a che ridire con il
Konvitato.”
Leyla rimase sconcertata, pensava che
nessuno fuori dalla striscia di Gaza avesse mai sentito parlare del
Konvitato. Dunque quell' uomo ci era effettivamente stato. Lo guardò,
e le fu chiaro che se davvero aveva incontrato il Konvitato di certo
aveva ab bassato le orecchie come un cane.
Decise comunque di indagare.
“Cosa intendi dire? Hai litigato con
il Konvitato?” chiese lei, spalancando volutamente gli occhi a
simulare stupore ed ammira zione.
L' uomo rispose: “So che sembro
magro, ma sono un tipo atletico, e il Konvitato è più ciccia che
altro”, fa il gradasso perché ha sempre i suoi sgherri intorno, ma
con me gli è andata male.”
Leyla chiese: “Cosa intendi per
“andata male”?”
Il fanfarone disse: “Io sono contro
la violenza, ma quando ho visto quell'uomo, pensando a tutto quello
che aveva fatto, gli ho detto: “Stronzo, sono qui, disarmato, puoi
prendermi da uomo a uomo?” ” gesticolava come se avesse davvero
davanti il Konvi tato... o meglio dire che gesticolava come
avrebbe voluto fare se lo avesse incontrato.
Il Konvitato godeva di un certo
rispetto nei territori, non era crudele, ma si diceva che in
combattimento non ci fosse modo di avere la meglio sulla sua squadra,
e così il sogno di molti bambini nella striscia era di essere quello
che lo avrebbe spedito al l'altro mondo.
Leyla trovò irritante la fandonia
dell'avventore, ma non poteva fare altro che sentire come sarebbe
proseguita.
Proseguì. “gli ho preso un braccio,
di sorpresa, e lo ho incastrato nel corrimano della sua jeep prima
che se ne potesse accorgere il gomito era spezzato.”
Leyla visualizzò mentalmente una jeep
israeliana, non ha nessun corrimano. Era scandalizzata dall'assurdità
della menzogna, implausibile per vari motivi di ordine diverso,
sentiva che il direttore si era allontanato per non scoppiare a
ridere. Che il volto di Leyla tradisse le sue emozioni? Più
gentilmente che poté si informò: “Ma il Konvitato non gira mai da
solo, cosa hanno fatto i suoi commilitoni?”
Pregustava l'imbarazzo del bugiardo.
Imbarazzo che non venne, l'uomo era molto rapido ad inventar
fandonie.
Infatti rispose: “ero nell'ISM, non
potevano toccarmi o sarebbe scoppiato un caso internazionale, quindi
se ne sono andati, con il Konvitato che piangeva dal dolore, ma mi
hanno minacciato di beccarmi con una pallottola vagante.”
ISM... come quella ragazza schiacciata
da un bulldozer, senza far scoppiare alcun caso internazionale...
forse qualche cimitero ebraico in più era stato profanato, nel
mondo, in onore della ragazza, ma a Gaza non era cambiato niente.
Però questo strano uomo sapeva delle cose che non avrebbe avuto
ragione di sapere, se fosse stato un completo ciarlatano.
Voleva sputtanarlo? Voleva
assecondarlo? In ogni caso chiese: “Quando è stato?”
L'uomo reagì come se la maestra alle
elementari lo avesse richiamato perché intento a guardare fuori
dalla finestra.
Leyla esplicò la domanda, alzando il
braccio sinistro orizzontalmente e facendo oscillare l'avambraccio
come un pendolo, poi indicò il gomito e disse: “una frattura ci
mette mesi a guarire, quando è stato che hai rotto il braccio al
Konvitato?”
L'uomo rispose: “Lo hai visto, quando
aveva il braccio fasciato, no?”
Leyla fece di no con la testa, e mentì:
“Io non lo ho mai visto dal vivo, non so neanche se esiste davvero
o se è un' invenzione della TV palestinese.”
L' uomo apparve sollevato: “Bé, non
lo è, a giudicare dal suono che ha fatto il suo braccio quando si è
rotto.”
Leyla era, suo malgrado, piuttosto
confusa.
“Comunque mi chiamo Amelio.” disse
lui.
Leyla lo guardò, questa non glie la
avrebbe perdonata. Amelio Vaironi era il suo mito: oltre ad essere
alto e bello, era un indi scusso eroe, contraddistinto da un
grande spregio del pericolo e una immensa compassione. Ora voleva
proprio sputtanarlo.
Amelio tirò fuori la carta d'identità
e la mostrò orgoglioso a Leyla, dicendo: “Non dico palle” La
foto sulla carta d'identità era la stessa che Leyla aveva visto in
TV qualche anno prima, e corrispondeva alla stupida faccia del
barbone.
Come si era ridotto così? Si astenne
dal chiederlo, lo avrebbe scoperto prima o poi. Tornò a chiedergli
cosa avrebbe ordinato, lui spinse le monetine contate davanti a sé e
fece per parlare, ma Leyla gli disse che Amelio era suo ospite.
Amelio rimase nel locale tutta la
giornata, infastidendo Leyla e il direttore del locale con i suoi
assurdi racconti, ognuno dei quali rafforzava in Leyla il dubbio che
la figura di Amelio Vaironi fosse stata mitizzata e che in realtà
fosse un ignobile cazza ro.
Durante il resto del pomeriggio
arrivarono altri due avventori, che consumarono e se ne andarono in
fretta, infastiditi dalla pre senza del fallito italiano.
Quando Vaironi se ne andò il direttore
andò da Leyla e le disse: “il soggetto è andato via senza pagare,
e si è mangiato e bevuto tutta la tua giornata”
Per un istante Leyla pensò al suo già
magro stipendio, a cosa avrebbe dovuto rinunciare quel mese, e il
direttore aggiunse: “se non facciamo qualcosa tornerà ogni giorno,
i falliti italiani fanno così”
Leyla sbiancò, si vedeva già a
ubriacarsi con vino in cartone dietro alle stazioni di servizio,
insieme con gli sbandati della città.
Gli rispose: “ne parliamo questa
sera, abbiamo da stare qui altre quatto ore, e alla sera un po' di
movimento c'è.”
Il direttore annuì, e i due si
disposero ad attendere i clienti.
Fu stabilito che per qualche giorno
Leyla sarebbe rimasta a lavorare in cucina, e se Amelio fosse tornato
gli sarebbe stato detto che lei aveva lasciato la città per motivi
suoi. La soluzione più semplice, secondo il direttore. Poi le porse
dei soldi presi dalla propria tasca e riferendosi al titolare disse:
“Nella mia posizione so quanto ti paga lo stronzo, vorrei aiutarti”
Leyla rifiutò con un' energica
scrollata di capo, e il direttore disse: “Lo stronzo calcola gli
stipendi al centesimo per impedirti di cercare lavoro altrove, questi
sono già tuoi di diritto”
Leyla allora li accetto,
ripromettendosi di restituirli, anche se non sapeva come. Sembrava
che ogni volta che riusciva a rispar miare degli euri questi
dovessero subito andare in detersivo per lavatrice, vestiti, bollette
varie, si chiedeva con quale diabolica abilità il titolare riusciva
a calcolare quasi al centesimo quanto le serviva per vivere.
Pensò che se avesse disdetto il conto
in banca per risparmiare 4 euro al mese, qualche nuovo imprevisto o
esigenza, o aumento del costo della vita glie li avrebbe mangiati.
“Sai” aggiunse il direttore...
“Avrei voluto offrirti una cena fuori, immagino che ora sia
impossibile”
Leyla, tenendo ancora i soldi in mano
lo indicò e disse: “quando sarò pronta te la offrirò io.”
Incontrare dal vivo Amelio Vaironi le
aveva fatto bene o le aveva fatto male? Lo odiava per aver distrutto
una sua illusione, ma si rese conto che tale illusione andava
distrutta. In Palestina poteva mangiare tutto quello che voleva e non
aveva problemi a ve stirsi, ma c'era una disoccupazione
diffusa: toccava accettare l'elemosina degli israeliani per
sopravvivere e non ci si poteva sen tire padroni del proprio
destino. Qui era il contrario, Leyla doveva sudare ogni briciola di
pane, ogni sorso d'acqua, tutto il suo tempo era dedicato a questo.
Sentiva la sua mente sgombrarsi piano
piano. Era questa la libertà?
Quando si è padroni del proprio
destino si è anche responsabili del proprio destino.
Non c'era nessun soldato israeliano a
cui dare la colpa, se arrivava tardi al lavoro, Era in città da due
mesi, ma la fame le aveva insegnato a come ci si sente quando la
morte non è più un momento di gloria indolore in una vita che
sembra una brutta opera teatrale.
Leyla aveva imparato cosa fosse la
realtà, e disprezzava il mondo delle fantasie di gloria, ora.
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