giovedì 4 luglio 2013

Primo scontro: Leyla Hayat contro Amelio Vaironi. Primo round.

Qualcuno la chiama “Piazza degli ebrei”, in quanto dietro alla chiesa c'è una strana struttura commemorativa della seconda guerra mondiale, che appare perfetta per sedersi e riposarsi, ed è in questo modo che viene usata. Pochi sanno cosa significhi la parola incisa sul bordo, forse in quanto tutti sapevano a cosa si riferisse.
Nonostante la giornata fosse stupenda, la piazza era deserta, tranne che in un punto: la terrazza di un bar, gremita di avventori. Le cameriere prendevano ordinazioni e consegnavano le comande con evidente frenesia. Le voci degli avventori costituivano un ronzio indistinto, sicuramente il bar stava realizzando notevoli profitti, come del resto faceva ogni giorno.
Era una giornata d'autunno, ma sembrava che il sole volesse regalare un ultimo giorno d'estate prima dell'inverno, che a quelle latitudini è piuttosto rigido.
Un altro locale si affacciava sulla stessa piazza, ma non era altrettanto popolare, in effetti tanti si chiedevano se fosse effettiva­ mente in attivo. Nonostante la posizione vantaggiosa, c' era un po' di movimento al mattino presto e qualcosa alla sera, per lo più ragazzini che si ubriacavano a metà prima di andare in discoteca.
Leyla lavorava da qualche settimana in quel locale come banconiera, e dopo un' ora senza vendere neanche un caffè aveva fini­ to tutte le incombenze che poteva inventarsi per non trovarsi impreparata casomai tutta la città avesse deciso che voleva un caf­ fè, un tramezzino o un gelato proprio da lei.
Si appoggiò al banco, immobile come una statua. Guardò il movimento dell'altro bar, e si focalizzò sulle cameriere della con­ correnza, belle come le più belle urì che Allah può immaginarsi per ricompensare gli sforzi dei suoi più devoti martiri.
Tutte belle di una bellezza diversa, e allo stesso tempo instancabili cameriere, tutte ragazze per il quale qualsiasi uomo avrebbe svuotato le proprie vene senza rimpianti, e sapeva anche che in quel locale il barista era un ragazzo di una bellezza che fa male al cuore.
Doveva essere questo il motivo del successo dell'altro bar.
C' era con lei solo il direttore del locale, un ometto di mezza età in perenne conflitto con il titolare, proprio a causa del fatto che assumeva persone inadatte a dare un' immagine di pulizia al locale.
In effetti, considerando la sua età, non era sgradevole agli occhi: era un simpatico signore di una certa eleganza. Non da mettere in un poster destinato alle ragazzine delle medie ma neanche da liquidare come un rottame.
Considerò le cameriere che lavoravano con lei, che al momento non erano presenti nel locale, in quanto era ormai accettato che a certi orari il bar proprio non andava.
Una era più larga che alta, e non la simpatica ciccia che denota la donna che ama i piaceri della vita, ma lardo che impedisce persino di camminare bene e dà irrimediabilmente l'idea che una persona non abbia modo di lavarsi efficacemente.
La seconda era un' eccellente lavoratrice, ma aveva quasi sessant'anni. Magra, con la pelle rinsecchita dal sole e da chissà quali dispiaceri, le mancava un dente davanti, ma non se ne curava minimamente. La terza ed ultima era anche proponibile, estetica­ mente, ma aveva costantemente l'alito come se mangiasse i calzini di Rambo per colazione ogni mattina, Leyla si chiese se non fosse indice di qualche malattia letale.
E poi c'era lei, Leyla stessa.
Si considerò, e riconobbe, molto onestamente, che era più che adeguata a completare il quartetto di squallore.
Era alta oltre un metro e ottanta, e benché la sua figura apparisse piuttosto slanciata, era muscolosa come un rocciatore. Anche quando era rilassata voluminose vene percorrevano le sue braccia, grosse come il suo collo, tradendo una forza mostruosa.
Ad ogni movimento, anche il più insignificante i suoi muscoli guizzavano come pesci arenati, sotto la sua pelle resa plastica dalla mancanza di grasso. I muscoli addominali sembravano scolpiti nel granito, e avrebbero fatto l'invidia di molti culturisti maschi.
Insomma, dal collo in giù sembrava una macchina da guerra, più che una donna.
Dal collo, quasi taurino, in su... il volto era più che adeguato a fare il paio: due bellissimi occhi del colore dell'oleandro erano resi micidiali da una costante espressione mista di rabbia e disappunto.
Leyla aveva dimenticato come si sorride.
Una voce cercò di rompere la noia, e le chiese: “Respiri?”
Era il direttore del locale. Leyla si voltò a guardarlo, e si sforzò di apparire divertita dalla battuta.
Non sapeva come si fa a sembrare divertiti, sperò che l'uomo avrebbe capito.
“Ogni tanto, per non lasciar capire che sono un cyborg” Rispose lei.
L' uomo le disse: “Penso che qui imparerai a rilassarti un po'”
Leyla tornò a guardare la piazza e disse, con tono neutro: “Questo è sicuro, spero di rammollirmi un po' anche. Sembro un lotta­ tore turco.”
L' uomo cercò di rassicurarla e le disse: “Adesso si sta diffondendo la moda delle super palestrate, son tanti gli uomini che si chiedono se per caso non abbiano dimenticato qualche muscolo”
Leyla tornò a guardarlo, ci stava provando con lei? Non era certo un Adone, ma tanto per cominciare e considerando il piazzale a cui poteva aspirare... decise che il primo passo verso la libertà era stabilito: se il direttore glie lo avesse chiesto, lei lo avrebbe accontentato. A lui e a sé stessa.
Il direttore la interruppe: “Però non capisco, se non ti piacevano i muscoli, perché te li sei fatta?”
Leyla non capiva, e chiese di riformulare la questione.
Il direttore lo fece: “Non ci nasci con un fisico così, devi esserti allenata molto duramente, non capisco, volevi diventare così muscolosa e ora sei pentita?”
Leyla negò con un movimento del capo, e disse: “Un po' è costituzione, ma mi serviva un fisico efficiente per il mio lavoro, e non avevo in mente questioni romantiche. Un giorno non mi serviva più, e allora ci penso e vorrei non averlo fatto.”
Distrattamente piegò il braccio per evidenziare il bicipite, tanto sviluppato da sembrare più una patata che un fuso, nuove vene invisibili quando era rilassata si disegnarono quasi istantaneamente.
Il direttore, vedendo la pelle del braccio di Leyla seguire ogni anfratto e cavità del muscolo con perfetta aderenza si rese conto che Leyla era di certo la persona più muscolosa che avesse mai conosciuto, e rimase sbalordito dall'idea di potenza pura data dal braccio di Leyla. “In nome di Dio, che mestiere facevi per aver bisogno di un corpo così potente?” Chiese, bianco in volto, in­ tuendo per la prima volta che Leyla, la barista palestinese, doveva avere di certo un passato all'altezza di quel corpo mostruoso.
“Ero una terrorista di Hamas, che altro?” disse lei, e per la prima volta in 10 anni riuscì a far capire che intendeva sorridere.
Avrebbe di certo voluto che fosse uno scherzo, e la sua intenzione era che il direttore pensasse che stesse scherzando, ma era la pura verità. Leyla pochi mesi prima aveva sparato ad una soldatessa, probabilmente uccidendola. In precedenza aveva parteci­ pato al lancio di razzi, e per lei le vite dei nemici erano solo numeri, come se non morisse realmente qualcuno.
Alla mente le tornò il momento dello sparo. La donna, colpita nella spina dorsale dal fianco, che in quel momento del passo era libero dall'armatura., gridava in ebraico:
“Salvate mio figlio!” tenendosi convulsamente le mani sulla pancia.
Leyla era rimasta a guardare: “la troia sionista adesso sa cosa significa morire”. Era caduta come un sacco di patate, in quanto la spina dorsale era spezzata. I suoi commilitoni le si fecero intorno, Leyla, dal proprio nascondiglio pensò che erano proprio degli idioti, forse sarebbe riuscita a farne fuori altri due, uno di sicuro. Sembrava che fossero tutti impegnati a prestare soccorso alla donna, quattro erano su di lei, la incoraggiavano a tenere duro, altri due cercavano di capire dove potesse trovarsi Leyla, ma i quattro che prestavano soccorso sembravano essersi dimenticati del tutto cosa aveva abbattuto la donna che stavano soccorren­ do.
Leyla ne scelse uno che si muoveva meno degli altri tre, stava prendendo di mira la vertebra del collo, esposta. Fra le urla con­ citate udì il suo bersaglio successivo gridare:
“non sappiamo se il cecchino è ancora qui, dobbiamo portarla via noi!”
Leyla rinunciò alla preda, confusa, e si nascose del tutto: un trucco psicologico? Quegli uomini rischiavano deliberatamente la vita per salvare una loro compagna probabilmente già condannata a morte dalla ferita? Non seppe come elaborare questa nuova nozione, e attese che se ne andassero...
Tornò bruscamente al presente, notò un potenziale avventore che si stava avvicinando.
Osservò che i vestiti erano stati lavati, ma risciacquati male, e nei capelli tagliati corti aveva macchie di sapone. Nel complesso sembrava sulla quarantina, quindi doveva averne fra i trenta e i trentacinque.
“Ah” Si fece sfuggire il direttore. “Un italiano fallito.” stabilì, ostentando discernimento.
Il barbone sarebbe stato da loro in un minuto, e Leyla chiese: “Italiano fallito?”
Il direttore rispose: non ne ho visti di così giovani, ma non c'è da sbagliarsi, qualcuno che in Italia aveva problemi di droga o qualcosa di simile ed è venuto in questa città pensando che cacasse denaro.” Fece una pausa. “In effetti è così, per chi vuole la­ vorare onestamente, ma qualcuno scopre che anche in Germania a lavorare si fa fatica, e dopo un po' diventa famoso come piantagrane, non riesce a trovare lavoro e finisce per vivere di espedienti.”
Leyla guardò il fallito con aria incuriosita, e il direttore aggiunge: “è più facile vivere di espedienti in questa città, che vivere la­ vorando in Italia, me lo ha detto più d' uno di loro.”
Ormai il nuovo arrivato era entrato nel locale, non c'era tempo per ulteriori spiegazioni ma Leyla si era fatta un' idea del tipo.
L' uomo rovesciò sul bancone delle monetine, e disse a Leyla: “ho delle banconote in tasca, ma vorrei liberarmi di un po' di mo­ netine, so che a voi servono.” Parlava in inglese.
Leyla andò davanti a lui, che stava separando delle monetine dal mucchietto, e gli chiese cosa desiderasse ordinare, in inglese.
L' avventore alzò la testa per guardarla, e calcando di molto la “R” chiese: “il tuo accento è gRRRazioso, di dove sei?”
“Sono palestinese” disse lei, chiedendosi se avrebbe imparato un nuovo trucco con cui i pezzenti pretendono di non pagare il proprio conto.
“L' avevo capito subito!” disse lui, entusiasta: ”Sembri una tigre! Ah, le donne palestinesi fondono forza e bellezza” Leyla, che a Gaza non aveva mai conosciuto una donna che le arrivasse oltre il mento, stabilì che l'avventore era un perfetto cretino.
Fra sbattergli la testa contro il bancone un congruo numero di volte e prenderlo in giro scelse la seconda, e chiese: “Sei mai sta­ to a Gaza?”
l'uomo rispose, con la gradasseria di un bambino: “Certo, varie volte. Ho anche avuto a che ridire con il Konvitato.”
Leyla rimase sconcertata, pensava che nessuno fuori dalla striscia di Gaza avesse mai sentito parlare del Konvitato. Dunque quell' uomo ci era effettivamente stato. Lo guardò, e le fu chiaro che se davvero aveva incontrato il Konvitato di certo aveva ab­ bassato le orecchie come un cane.
Decise comunque di indagare.
“Cosa intendi dire? Hai litigato con il Konvitato?” chiese lei, spalancando volutamente gli occhi a simulare stupore ed ammira­ zione.
L' uomo rispose: “So che sembro magro, ma sono un tipo atletico, e il Konvitato è più ciccia che altro”, fa il gradasso perché ha sempre i suoi sgherri intorno, ma con me gli è andata male.”
Leyla chiese: “Cosa intendi per “andata male”?”
Il fanfarone disse: “Io sono contro la violenza, ma quando ho visto quell'uomo, pensando a tutto quello che aveva fatto, gli ho detto: “Stronzo, sono qui, disarmato, puoi prendermi da uomo a uomo?” ” gesticolava come se avesse davvero davanti il Konvi­ tato... o meglio dire che gesticolava come avrebbe voluto fare se lo avesse incontrato.
Il Konvitato godeva di un certo rispetto nei territori, non era crudele, ma si diceva che in combattimento non ci fosse modo di avere la meglio sulla sua squadra, e così il sogno di molti bambini nella striscia era di essere quello che lo avrebbe spedito al­ l'altro mondo.
Leyla trovò irritante la fandonia dell'avventore, ma non poteva fare altro che sentire come sarebbe proseguita.
Proseguì. “gli ho preso un braccio, di sorpresa, e lo ho incastrato nel corrimano della sua jeep prima che se ne potesse accorgere il gomito era spezzato.”
Leyla visualizzò mentalmente una jeep israeliana, non ha nessun corrimano. Era scandalizzata dall'assurdità della menzogna, implausibile per vari motivi di ordine diverso, sentiva che il direttore si era allontanato per non scoppiare a ridere. Che il volto di Leyla tradisse le sue emozioni? Più gentilmente che poté si informò: “Ma il Konvitato non gira mai da solo, cosa hanno fatto i suoi commilitoni?”
Pregustava l'imbarazzo del bugiardo. Imbarazzo che non venne, l'uomo era molto rapido ad inventar fandonie.
Infatti rispose: “ero nell'ISM, non potevano toccarmi o sarebbe scoppiato un caso internazionale, quindi se ne sono andati, con il Konvitato che piangeva dal dolore, ma mi hanno minacciato di beccarmi con una pallottola vagante.”
ISM... come quella ragazza schiacciata da un bulldozer, senza far scoppiare alcun caso internazionale... forse qualche cimitero ebraico in più era stato profanato, nel mondo, in onore della ragazza, ma a Gaza non era cambiato niente. Però questo strano uomo sapeva delle cose che non avrebbe avuto ragione di sapere, se fosse stato un completo ciarlatano.
Voleva sputtanarlo? Voleva assecondarlo? In ogni caso chiese: “Quando è stato?”
L'uomo reagì come se la maestra alle elementari lo avesse richiamato perché intento a guardare fuori dalla finestra.
Leyla esplicò la domanda, alzando il braccio sinistro orizzontalmente e facendo oscillare l'avambraccio come un pendolo, poi indicò il gomito e disse: “una frattura ci mette mesi a guarire, quando è stato che hai rotto il braccio al Konvitato?”
L'uomo rispose: “Lo hai visto, quando aveva il braccio fasciato, no?”
Leyla fece di no con la testa, e mentì: “Io non lo ho mai visto dal vivo, non so neanche se esiste davvero o se è un' invenzione della TV palestinese.”
L' uomo apparve sollevato: “Bé, non lo è, a giudicare dal suono che ha fatto il suo braccio quando si è rotto.”
Leyla era, suo malgrado, piuttosto confusa.
“Comunque mi chiamo Amelio.” disse lui.
Leyla lo guardò, questa non glie la avrebbe perdonata. Amelio Vaironi era il suo mito: oltre ad essere alto e bello, era un indi­ scusso eroe, contraddistinto da un grande spregio del pericolo e una immensa compassione. Ora voleva proprio sputtanarlo.
Amelio tirò fuori la carta d'identità e la mostrò orgoglioso a Leyla, dicendo: “Non dico palle” La foto sulla carta d'identità era la stessa che Leyla aveva visto in TV qualche anno prima, e corrispondeva alla stupida faccia del barbone.
Come si era ridotto così? Si astenne dal chiederlo, lo avrebbe scoperto prima o poi. Tornò a chiedergli cosa avrebbe ordinato, lui spinse le monetine contate davanti a sé e fece per parlare, ma Leyla gli disse che Amelio era suo ospite.
Amelio rimase nel locale tutta la giornata, infastidendo Leyla e il direttore del locale con i suoi assurdi racconti, ognuno dei quali rafforzava in Leyla il dubbio che la figura di Amelio Vaironi fosse stata mitizzata e che in realtà fosse un ignobile cazza­ ro.
Durante il resto del pomeriggio arrivarono altri due avventori, che consumarono e se ne andarono in fretta, infastiditi dalla pre­ senza del fallito italiano.
Quando Vaironi se ne andò il direttore andò da Leyla e le disse: “il soggetto è andato via senza pagare, e si è mangiato e bevuto tutta la tua giornata”
Per un istante Leyla pensò al suo già magro stipendio, a cosa avrebbe dovuto rinunciare quel mese, e il direttore aggiunse: “se non facciamo qualcosa tornerà ogni giorno, i falliti italiani fanno così”
Leyla sbiancò, si vedeva già a ubriacarsi con vino in cartone dietro alle stazioni di servizio, insieme con gli sbandati della città.
Gli rispose: “ne parliamo questa sera, abbiamo da stare qui altre quatto ore, e alla sera un po' di movimento c'è.”
Il direttore annuì, e i due si disposero ad attendere i clienti.
Fu stabilito che per qualche giorno Leyla sarebbe rimasta a lavorare in cucina, e se Amelio fosse tornato gli sarebbe stato detto che lei aveva lasciato la città per motivi suoi. La soluzione più semplice, secondo il direttore. Poi le porse dei soldi presi dalla propria tasca e riferendosi al titolare disse: “Nella mia posizione so quanto ti paga lo stronzo, vorrei aiutarti”
Leyla rifiutò con un' energica scrollata di capo, e il direttore disse: “Lo stronzo calcola gli stipendi al centesimo per impedirti di cercare lavoro altrove, questi sono già tuoi di diritto”
Leyla allora li accetto, ripromettendosi di restituirli, anche se non sapeva come. Sembrava che ogni volta che riusciva a rispar­ miare degli euri questi dovessero subito andare in detersivo per lavatrice, vestiti, bollette varie, si chiedeva con quale diabolica abilità il titolare riusciva a calcolare quasi al centesimo quanto le serviva per vivere.
Pensò che se avesse disdetto il conto in banca per risparmiare 4 euro al mese, qualche nuovo imprevisto o esigenza, o aumento del costo della vita glie li avrebbe mangiati.
“Sai” aggiunse il direttore... “Avrei voluto offrirti una cena fuori, immagino che ora sia impossibile”
Leyla, tenendo ancora i soldi in mano lo indicò e disse: “quando sarò pronta te la offrirò io.”
Incontrare dal vivo Amelio Vaironi le aveva fatto bene o le aveva fatto male? Lo odiava per aver distrutto una sua illusione, ma si rese conto che tale illusione andava distrutta. In Palestina poteva mangiare tutto quello che voleva e non aveva problemi a ve­ stirsi, ma c'era una disoccupazione diffusa: toccava accettare l'elemosina degli israeliani per sopravvivere e non ci si poteva sen­ tire padroni del proprio destino. Qui era il contrario, Leyla doveva sudare ogni briciola di pane, ogni sorso d'acqua, tutto il suo tempo era dedicato a questo.
Sentiva la sua mente sgombrarsi piano piano. Era questa la libertà?
Quando si è padroni del proprio destino si è anche responsabili del proprio destino.
Non c'era nessun soldato israeliano a cui dare la colpa, se arrivava tardi al lavoro, Era in città da due mesi, ma la fame le aveva insegnato a come ci si sente quando la morte non è più un momento di gloria indolore in una vita che sembra una brutta opera teatrale.

Leyla aveva imparato cosa fosse la realtà, e disprezzava il mondo delle fantasie di gloria, ora.  

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