lunedì 8 luglio 2013

Decimo scontro: Aaron Vs. Clearwater. Primo Round.

Thuy appoggiò il tubo di gomma arrotolato, staccò dalla cintura la borraccia, stava per bere quando sentì uno spostamento d'aria fra i capelli corvini e diritti, orgoglio di ogni donna nata ad est del fiume Gange. Si voltò tranquillamente verso il punto dove sarebbe arrivato lo sparo, ad un paio di metri alla sua sinistra. Osservò la terra schizzare via, in un istante capì come erano di­ sposti i cecchini palestinesi, e solo allora si mise a correre in modo da divenire un bersaglio quanto più ostico possibile. Il rumo­re del primo sparo le arrivò alle orecchie una frazione di secondo prima di essere al riparo.
Non aveva nessuna arma con sé, quindi rimase al riparo, mentre i suoi colleghi si preparavano a rispondere al fuoco.
Al momento nessuno si era fatto male.
Adesso era un' ebrea. Stessa cosa che essere annamiti: qualcuno ti spara addosso oppure non lo fa, per ragioni che neanche vuoi iniziare a capire. Rimaneva alta un metro e mezzo e con gli occhi neri come la notte più buia. Mentre i proiettili fischiavano in entrambe le direzioni pensò amaramente: “Son proprio arrivata a casa.”
Thuy veniva da un villaggio a qualche decina di chilometri da Hanoi. Quando era piccola aveva sentito parlare di orrende crea­ ture alte una tesa e mezza, con la pelle rossa, gli occhi azzurri e i capelli gialli. Erano loro i responsabili della periodica fumiga­ zione del suo villaggio.
Ora, volente o nolente era una di loro, Parlava la loro lingua, sebbene ancora stentatamente, e ancora qualcuno voleva distrug­gere il suo villaggio.
Le avessero solo dato un' arma.
Le avevano spiegato che era finita in un popolo di agricoltori e ricercatori, che aborrisce il terrorismo come deterrenza.
Mentre la battaglia infuriava si chiese cosa intendessero dire: lei stessa era pure una contadina, ma aveva sempre saputo che bi­sogna difendere la libertà con la massima ferocia possibile dall'inizio.
Sapeva anche che quello era il motivo per cui in quel momento non aveva un' arma.
Trovò la cosa piuttosto ridicola: i contadini a sparare al nemico e lei, che era una guerriera, nascosta come uno scarafaggio.
I nemici ancora non erano andati via.
Thuy si guardò intorno e vide uno dei ragazzini del villaggio, armato di fucile, uscire dal proprio nascondiglio. Era quello che aveva il padre in coma, pensò di prenderlo e costringerlo a ripararsi, ma anche se era una donna molto forte era molto più picco­ la di lui, non ci sarebbe mai riuscita in tempo utile.
Il ragazzino cominciò ad avanzare camminando, i proiettili gli passavano intorno, lui tranquillo rispondeva al fuoco.
Con disappunto si chiese in vietnamita: “Quello sarà un contadino o un ricercatore, da grande?”
Decise di lasciarsi prendere da un decimo di secondo di sgomento, e a bassa voce mormorò: “se diventerà mai grande.”
Ebbe un' idea per terminare la battaglia. Raccolse da terra un sasso delle dimensioni di un limone e lo mise nella sua borsa por­taoggetti, si sciolse la coda di cavallo per assumere un aspetto più intimidatorio e risoluto, quindi scattò dal suo nascondiglio, e correndo descrisse un' ampia curva, scartando spesso per spostare di colpo la propria figura da eventuali linee di tiro.
I nemici erano a circa trecento metri di distanza, nascosti dalle asperità del terreno, indecisi se continuare a prendere di mira il ragazzo che si stava avvicinando o Thuy, e resisi conto che questo sapeva usare il fucile molto meglio di loro, interruppero il fuoco per ripararsi. Thuy se lo aspettava.
Senza smettere di correre prese dal tascapane il sasso che aveva appena raccolto, e portandolo vicino alla bocca mimò l'innesco di una bomba a mano.
Lanciò il sasso in aria con un ampio movimento di tutto il corpo, che terminò in una capriola in aria.
Il sasso non avrebbe fatto neanche metà strada, ma la vietnamita sperava che nella concitazione i nemici non lo avrebbero rea­ lizzato in tempo.
Funzionò: i nemici si misero a correre in direzioni diverse, Thuy completò il ruzzolone e si mise a correre verso il ragazzo.
Questo prese la mira su uno dei nemici e sparò, colpendolo ad una gamba.
“Un colpo fortunato” pensò Thuy, riconoscendo il suono di un proiettile che si conficca nella carne invece di rimbalzare contro il terreno o contro un sasso.
I nemici erano solo due.
Non aveva alcuna esperienza con i palestinesi, non aveva idea di cosa avrebbe fatto l'altro.
Arrivata vicino al suo alleato gli chiese se aveva un' arma secondaria, lui senza abbassare il fucile rispose di no.
Thuy gli ordinò di consegnarle il fucile e di correre a nascondersi, il ragazzo reagì all'ordine imperioso e tranquillamente ob­biettò che se lo avesse fatto sarebbero stati colpiti tutti e due. Aveva senso.
Sentirono un altro sparo, ma Thuy non riuscì a capire dove era diretto.
“Disgraziato, ha dato il colpo di grazia al ferito.” Disse lui, appoggiando il fucile alla spalla con noncuranza, come se nulla fos­ se successo. Si girò e si incamminò verso gli altri.
“L' altro... è andato via.” Disse Thuy. Prima imparava come ragionava il nemico più probabilità aveva di sopravvivere a quella terra.
Si accodò al ragazzo e disse: “Ottima azione, ma sei ancora troppo piccolo per queste cose.”
Il ragazzo rise, cercando di dare alla risata un tono virile e riferendosi alla propria corporatura già imponente nonostante avesse solo tredici anni disse: “Veramente avevo paura di essere un bersaglio troppo agevole, grosso come sono!”
“Parlo della tua età, so che hai 13 anni.” Disse lei.
Lui si fermò, la guardò negli occhi e la sfidò: “Mettimi alla prova, dai!”
Lei rise: “Sei troppo piccolo anche per queste cose, e poi sono una donna sposata.” Il ragazzino, come esige l'etichetta israeliana aggiunse una seconda battuta. Tre sono molestia, una sola è offensiva nei confronti della donna, disse con aria sconsolata: “Bè, hai detto prima che son troppo piccolo e poi che sei sposata, quindi ci sono delle probabilità...” Sorrise.
L'inconsueto aspetto di Thuy attirava troppo l'attenzione perché potesse essere lusingata dalle battute di un ragazzino, e poi amava suo marito, secondo la logica vietnamita: si erano sposati e pertanto lo amava e non lo avrebbe mai tradito.
I contadini israeliani cercando di superare lo spavento deposero le armi (tenendole sempre a portata di mano) si rimisero al la­ voro, fra poco sarebbero arrivati i soldati, ad ispezionare la zona da cui i palestinesi avevano sparato, ma l'esperienza aveva in­segnato ai contadini che per quel giorno non ci sarebbero stati altri problemi.
Anche il ragazzo prese in mano una zappa.
Thuy gli chiese: “Ma stavi facendo qualcosa?” In Vietnam le avevano insegnato che fra i bianchi i bambini non lavorano fino ai venti o persino i trent'anni. Lui annuì: “Logico” Si rimisero al lavoro, ma dopo pochi minuti il ragazzo era molto pallido, suda­ va copiosamente, e perdeva saliva dalla bocca aperta, si lasciò cadere in ginocchio, tenendosi la pancia.
Ora il suo volto era una maschera di dolore, gli occhi gli lacrimavano, i compaesani se ne accorsero, uno di loro gli chiese se fosse stato colpito da una fucilata.
Thuy intervenne e disse: “è tutto a posto, è il furore che gli è entrato nel sangue.”
Andò verso di lui.
Il giovane ebreo percepì la presenza di Thuy, si sentì un po meglio, lei si inginocchio, e disse: “è solo una scarica di adrenalina, respira profondamente.”
Uno degli ebrei disse a Thuy: Sembra che ti intendi di queste cose, ti spiacerebbe portarlo al “dopolavoro” e stare un po' con lui? Qua ci arrangiamo noi. Thuy annuì, e chiese al ragazzo se riuscisse a camminare.
Lui provò ad alzarsi in piedi, tremava molto.
“Dai, appoggiati a me” disse Thuy. E si incamminarono verso il dopolavoro.
“Che figura di merda, son quasi paralizzato dal terrore” disse lui. Thuy escogitò una risposta adeguata.
“Non pensarci, sei stato molto coraggioso.” La vietnamita si astenne dal fargli notare che la sua azione era stata superflua. Anzi, decise di dire una piccola bugia: “Se la battaglia fosse durata più a lungo ci sarebbero potuti essere degli altri feriti, forse persi­ no dei morti. Può darsi che tu abbia salvato delle vite.”
“Io miravo ai piedi” disse lui. “Quell'altro lo ha ammazzato per non lasciare che lo interrogassero.”
Erano quasi arrivati Thuy disse: “Non pensarci, o lui o qualcuno di noi, e poi non sapevi che il suo compare gli avrebbe sparato in testa”
Gli chiese il nome, il ragazzo era Yigal, destinato a diventare il terrificante guerriero noto come “Il Konvitato”.
Thuy prese dal suo tascapane un telo di polietilene e lo stese su una poltrona, e aiutò Yigal a sedersi.
Yigal pensò che Thuy avesse steso il telo perché lui era sporco di terra, non si era reso conto di essersela fatta addosso, né Thuy glie lo fece notare.
Invece andò dietro il banco, Yigal le disse che non era in vena di bere del the, e aveva già capito che Thuy non intendeva di cer­ to preparargli del caffè, nello stato in cui lui si trovava.
Thuy, cercava qualcosa che stava in basso, quindi era nascosta dal bancone e Yigal non aveva idea di cosa lei stesse cercando.
Lei disse: “Probabilmente una bevanda calda ti ucciderebbe, adesso.”
Tornò da lui con una bottiglia di rum e un paio di bottiglie di coca-cola, infilate in due bicchieri.
Yigal non disse niente, neanche quando Thuy gli palpò il braccio e versò una certa quantità di rum nel bicchiere, per poi allun­ garlo con la coca-cola.
“Si chiama “Cuba libre”, si dice che Fidel Castro non beva altro” disse porgendogli il bicchiere.
Lui prese in mano il bicchiere, e vergognandosi della propria inesperienza le chiese se doveva seccarlo in un fiato o sorseggiar­ lo, lei rispose che doveva fare come gli sembrava meglio, mentre versava coca cola liscia nel proprio bicchiere. Yigal le chiese perché non mettesse il rhum nella propria bevanda.
Seguendo la filosofia per cui due medicine sono meglio di una medicina, Thuy sorrise e disse: “Non vorrei soccombere al fasci­ no dei tuoi occhi verdi.”
In effetti era chiaro che l'acerbo Yigal sarebbe diventato un bel ragazzo e poi un bell'uomo. Ma la cosa non la avrebbe mai ri­ guardata.
Prese una sedia e si sedette di fronte a lui, e gli chiese: “Ho sentito che tuo padre sta male, come sta?”
Yigal guardò il proprio bicchiere: “è in coma da sette anni, i palestinesi lo hanno torturato per giorni.” ingollò un sorso e prose­guì: “qualcuno è riuscito a recuperarlo, era in fin di vita e incosciente, lo hanno medicato, ma non è riuscito a svegliarsi.”
Thuy inclinò la testa e chiese: “Riuscito? Ho capito bene?”
Yigal sospirò: “Si, ho detto la parola “riuscito”” la tradusse in inglese, Thuy annuì.
Restò in silenzio qualche secondo, e disse: “Vedi, mi sono convertita all'ebraismo per il matrimonio” si fermò, Yigal attese qualche secondo, poi disse: “Non è certo un mistero, la cosa ti da problemi? Ti assicuro che qui tutti ti vogliono bene.”
Thuy si spiegò: “Lo so, non è questo che volevo dire, è che sto cercando di capire cosa significa la frase, sembra che svegliarsi da un coma profondo lo vedi come un atto di volontà, e allora mi rendo conto che non conosco bene la vostra cultura.”
Yigal rispose: “Non so se ha una volontà e se avendola potrebbe manifestarla, ma qui preferiamo pensare che chi è in coma ce la ha e che ha motivi ultraterreni per non manifestarla decidendo di svegliarsi”
Thuy analizzò la nozione, e restituì: “Non è la via più dura”
Yigal la informò sul fatto che suo padre mostrava un' attività cerebrale molto intensa.
“I dottori dicono che il suo corpo è guarito”
Thuy chiese in che misura. Yigal, ora più tranquillo le disse: “Gli mancano dei pezzi, han dovuto amputargli metà di
una mano” Mostrò la propria mano e con l'altra la segnò ad indicare che alla mano sinistra di suo padre ora mancavano anulare e mignolo “gli hanno rifatto i timpani, e dicono che registrano i suoni, anche se è privo di un orecchio, dubitano che potrà torna­ re a camminare, se si risvegliasse, ed ha varie cicatrici sul corpo”
Thuy lo interruppe: “Da come le descrivi non sono ferite letali, se vengono curate”
“Appunto” disse Yigal “Respira da solo, e i medici dicono che il suo corpo funziona normalmente, e il suo cervello non ha dan­ ni fisici, anzi, mostra un' attività cerebrale molto intensa.”
Thuy si chiese cosa mai stesse sognando quell'uomo, e si sorprese a domandarsi perché AVESSE DECISO di non svegliarsi.
Non aveva capito subito le parole di Yigal, ma aveva assimilato il pensiero per cui svegliarsi o non svegliarsi era una decisione del malato.
Yigal, finito il suo cuba libre appoggiò le mani ai braccioli della poltrona e sentenziò:
“Mi sento bene.”
“Decido io quando ti sentirai bene” Thuy lo fulminò, il cambio di tono costrinse Yigal a rilassarsi nella poltrona, Thuy gli pre­parò un altro cuba libre, mettendoci molto meno Rhum, questa volta.
“La prossima volta che vai a trovarlo mi porti con te?” gli chiese.
Yigal rispose: “Volentieri, ma perché ti interessa? Non lo conosci, e non si muove affatto, devono massaggiargli i muscoli per­ché altrimenti si atrofizzerebbero.”
Thuy guardò fuori dalla finestra, e disse: “Vorrei capire, vorrei vedere come è fatto un uomo che decide di non svegliarsi, capire perché.”
Yigal fu sorpreso da come il punto di vista della vietnamita fosse cambiato in quella breve conversazione.
Thuy disse: “tu vorresti rimetterti subito al lavoro, nei campi. Sbagli a desiderare di rimetterti in marcia mentre non stai ancora bene. Perché vuoi rimetterti subito al lavoro?”
Yigal rispose: “Questo è ovvio, c'è bisogno di tutto l'aiuto disponibile.”
Thuy annuì ad occhi chiusi, li riaprì, e sporgendosi verso Yigal gli disse: “Ma se ti mettessi al lavoro turbato, e non riuscissi a vincere il tuo turbamento, saresti più efficiente che stando qui solo oggi, e i giorni successivi saresti meno efficiente del solito, quindi ci sarebbe meno aiuto disponibile.”
Yigal aveva ormai vinto il terrore, ma alle parole della giovane donna il suo corpo si blocco, mentre la sua mente rifletteva sulle parole e sulla loro saggezza.
“Dici che è questo quello che pensa?” chiese, in una strana immobilità.
Thuy disse: “Non lo so, io stavo parlando di te, non di lui. Se adesso tornassimo nei campi ci rimanderebbero qui a riposare an­ cora un po'” fece una lunga pausa e chiese: ”sbaglio?”
Yigal scosse semplicemente la testa, per dirle che in effetti non si sbagliava. Desiderava mostrare ai suoi fratelli che era forte, affidabile, ma se doveva pensare al lavoro in sé, se voleva essere saggio oltre che coraggioso, doveva ascoltarla.
Dopo circa mezz'ora lo invitò a farsi una doccia e cambiarsi i vestiti, non c'era modo di farlo senza fargli notare che si era pi­ sciato nei pantaloni, ma riuscì a rassicurarlo sul fatto che è del tutto normale quando ci si trova in una situazione come quella in cui si era messo. Yigal si rammaricò del fatto che nei kibbutz non ci fossero più le docce miste da anni.
Thuy lo derise: “Nelle docce miste non impari niente, ragazzino.”
Yigal le fece sapere: “Nella tradizione ebraica si diventa maggiorenni a tredici anni”
Thuy ci pensò su, in effetti nel kibbutz i ragazzini cominciavano molto presto a rendersi utili nei campi, stabilivano autonoma­ mente la propria dieta alla mensa, erano piuttosto autonomi.
Cambiati i vestiti, l'alcool fece effetto, nel suo giovane corpo e Yigal lamentò un abbiocco funesto, non aveva alcuna esperienza di intossicazione da alcool, era troppo intorpidito per preoccuparsi, ma collegò quelle sensazioni alla paura dello scontro. Thuy lo accompagnò al suo dormitorio. Yigal si stendette e si addormentò subito, nonostante fosse solo pomeriggio inoltrato. Thuy tornò ai campi.
Mentre si avvicinava alla propria zona studiò le operazioni dei colleghi, per inserirsi nel meccanismo nel modo più efficiente possibile.
Notò una pattuglia di soldati che presidiava il limite esterno del campo, non era il caso di disturbarli.
Andò pertanto sull'autocarro dell'equipaggiamento, a prendere un sacchetto di valvole per gli impianti di irrigazione, che sareb­ bero serviti ad una donna che stava tagliando e allineando dei tubi di gomma.
La fermarono, e le chiesero come stesse Yigal, lei li rassicurò sul fatto che si era addormentato intorpidito dall'alcool, e che avrebbe recuperato lo shock anche senza ulteriori attenzioni.
Colpita da un' ispirazione Thuy chiese a loro se stessero bene, anche loro avevano combattuto per le proprie vite, anche se non con la spregiudicatezza di Yigal e lei stessa. (Lei si era esposta per salvare la vita a Yigal, se fossero stati tutti al riparo avrebbe atteso insieme a loro l'intervento dell'esercito)
Espresse il desiderio di rimettersi al lavoro, visto che lei stava bene. Probabilmente era la persona che stava meglio, fra i presen­ ti.
“Per l'amor di “J.B.” ” Disse uno degli ebrei, rispettando la consuetudine di non nominare mai il nome del loro dio. “Rilassati per oggi, ci farebbe star male vedere che ti rimetti a lavorare” Thuy accettò la richiesta come ragionevole, si limitò a portare le valvole dove andavano installate, e si sedette nella cabina di un autocarro immersa in chissà quali pensieri.
Qualche giorno dopo lei, Yigal e la madre di Yigal andarono all'ospedale in cui era ricoverato il padre di Yigal.
La madre di Yigal, Danielle, era nata in Israele, da genitori tedeschi, mentre il padre era polacco.
Conosceva vagamente Thuy, la donna che il direttore della scuola elementare in una città a pochi chilometri dal kibbutz aveva sposato in Vietnam, Thuy lavorava in kibbutz e dormiva a casa con il marito tre o quattro giorni alla settimana, a seconda se fi­ niva di lavorare prima o dopo di poter prendere l'ultimo autobus.
La guardò, la donna annamita non arrivava ai quaranta chili di peso ed era carina come una bambola di porcellana, dimostrava molto meno dei suoi ventitré anni. Le avevano raccontato di come avesse affrontato dei terroristi palestinesi correndo loro in­ contro disarmata, non riuscì proprio ad associare un' azione tanto aggressiva a quella tranquilla e gentile bambolina, provò una grande ammirazione per il coraggio della piccola donna.
Danielle, chiese a Thuy se avesse rimproverato a sufficienza Yigal per la sua bravata col fucile.
Thuy ci pensò un attimo, immaginò che la yiddish moma, al contrario di come si sarebbe comportata una madre annamita aves­ se rimproverato il figlio ogni minuto che lo aveva avuto per le mani.
Tanto più considerando il fatto che, come il marito di Thuy, quel giorno non si trovava al kibbutz, ed era stata informata dell'ac­ caduto solo quando i contadini avevano interrotto il proprio lavoro.
Optò per: “Daniela, Yigal ormai non è più un bambino.”
Daniela glie lo concesse, ma disse: “Mi preoccupa, un soldato deve anche pensare a sopravvivere”
Thuy ci pensò su e disse: “è giusto.”
All'ospedale i medici ripeterono quello che ripetevano da anni, Aaron, il padre di Yigal era in coma profondo, la sua mente mo­ strava di sentire i suoni o riconoscere le luci, ma non reagiva in alcun modo, il corpo poteva tranquillamente funzionare autonomamente, le ferite erano guarite, nel senso che non ne pregiudicavano la sopravvivenza.
Danielle e Yigal invitarono Aaron a svegliarsi, a tornare alla vita, Thuy, appoggiando le mani al bordo del letto, avvicinò le lab­ bra al buco dove prima c'era l'orecchio di Aaron, e in vietnamita gli disse: “Tuo figlio ha combattuto come un uomo coraggioso, ha mostrato compassione per il nemico e preoccupazione per gli alleati, si è spaventato e si è ripreso bene... è intelligente ed un bravo lavoratore, ed è anche un bel ragazzo, puoi esserne fiero.” fece una pausa e concluse: “Volevo dirtelo.”
Poi gli chiese: “Ti sveglierai in tempo per salvare la mia anima?” nel dire questo appoggiò il pugno chiuso sullo sterno.
Attese qualche secondo, come previsto l'uomo in coma non mostrò nessuna reazione.
Come avevano detto i medici, il suono gli arrivava al cervello dai timpani riparati chirurgicamente, ma la sua mente non elabo­ rava lo stimolo in alcun modo.
Si allontanò e tornò dai familiari di Aaron.

Danielle, pensando che avesse recitato una preghiera buddista o taoista la ringraziò.  

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