Leyla sentiva sulle labbra il sapore
del proprio respiro, contro il passamontagna.
Lei e i suoi compagni avevano l'ordine
di lanciare dei razzi dal tetto di una scuola elementare.
Se gli ebrei avessero cercato di
fermarli, i giornalisti avrebbero pensato per bene a infiorettare la
cosa come un bombardamento gratuito sulla scuola.
Gli insegnanti presenti incoraggiavano
i bambini alla calma.
Un bambino asiatico?
Leyla si chiese cosa ci faceva lì un
bambino dai tratti così marcatamente asiatici, l'orologio dietro ai
bambini segnava le quindi ci e ventisette minuti. Assurdo, a
quell'ora aveva lanciato il razzo, e perché era in una classe? Non
erano entrati in una classe, quel giorno...
Il bambino asiatico la guardò e disse:
“Vergogna!” il braccio di Leyla si mosse da solo, sparò in mezzo
agli occhi al bambino, fra l'orrore dei compagni di classe e
dell'insegnante... che era... Ehud Banai, il cantante?? Impossibile,
ma gli ringhiò contro: “Quel bambino è stato ucciso
dall'occupazione sionista, è chiaro?” Era tutto sbagliato, ora si
ricordava, il bambino era morto ucciso dal razzo, non lo aveva
fucilato lei. Aveva visto la foto, ma non lo aveva fucilato, era
morto ucciso dal razzo, non perché lei lo avesse fucilato. “Non è
la stessa cosa!” sbraitò al maestro, che ora era suo padre.
Goccioline di saliva vennero proiettate dalla sua bocca, poiché non
aveva più il passamontagna.
Si svegliò piuttosto inquieta, e si
mise a piangere, e nelle lacrime disse: “è la stessa cosa, lo so.”
Cercò di rimettersi a dormire, e sorprendentemente il sonno arrivò
subito, stava pensando a quanto era stato facile addormentarsi,
quando sentì il vicino grattare contro il muro. Lo faceva sempre,
vai a sapere perché.
Leyla si svegliò. Aveva l'abitudine di
dormire in un Mausoleo, in cui ora non sapeva come entrava ogni sera
e usciva ogni mat tina.
Dormiva in braccio alla statua di un
antico Re, e vide a qualche metro di distanza un bambino che le
volgeva le spalle.
Trovò l'intrusione alquanto bizzarra,
ma pensò che se il bambino era lì probabilmente aveva bisogno di
aiuto.
Si alzò dal suo bizzarro giaciglio e
andò verso il bambino, che ancora le volgeva le spalle, e gli
chiese: “hai bisogno di aiuto? Sono forte, sai?”
“In effetti puoi essermi molto
d'aiuto.” Rispose il bambino, doveva avere cinque o sei anni, ma la
serietà della sua voce era quella di un adulto. Leyla non ci badò,
e gli chiese: “Come ti chiami?”
Il bambino rispose: “Nocturne”
“Che coincidenza... è la traduzione
in greco del mio, di nome” Disse Leyla. Era ragionevole pensare che
il bambino fosse in quieto, anche se non ne dava segno, e Leyla
si preoccupava di metterlo a suo agio, anche se non sapeva come.
“Lo so, Leyla Hayat” Disse il
bambino.
Leyla si spaventò e chiese: “Come
sai il mio nome?”
Il bambino, riferendosi alla Kefiah,
che Leyla pensava di non aver mai indossato da quando era in Europa,
disse: “La tua sciar pa. La lingua che parli è l'arabo dei
territori.”
“Oh, profeta, che bambino
intelligente, però a quest'ora devi tornare a casa. Ti accompagno
io, non devi aver paura di niente” Disse Leyla nel tono più
comprensivo che poteva assumere.
“Non posso tornare a casa” Disse il
bambino, e lentamente si voltò.
Leyla si accorse con orrore che la sua
carne era trasparente, e si vedeva lo scheletro, sotto. Una scheggia
di metallo gli aveva aperto la pancia, e gli intestini penzolavano
dalla ferita, inoltre era privo di occhi.
“Sono morto” disse semplicemente,
come se avesse detto: ho 5 anni.
Finalmente Leyla si svegliò sul serio.
Guardò l'ora, mancavano pochi minuti al suono della sveglia, si
alzò, ripensando al sogno, a dove aveva già visto l'espressione
graziosa e solenne del bambino, perché nella foto funebre, il
bambino ucciso anni prima da un razzo lanciato dalla sua squadra,
aveva un aspetto e un' espressione completamente diversi, per quanto
anche lui venisse da... Thailandia? Filippine? Leyla non lo
ricordava, si promise di chiederlo al Konvitato, che sapeva sempre
tutto, di queste cose.
Andò in bagno e si guardò
distrattamente allo specchio, realizzando all'istante dove avesse già
visto l'espressione del bambino: l'aveva lei stessa quando aveva
schiaffeggiato il Konvitato, e quella che aveva in quel momento
cominciava ad andarci vicino.
“Ho tirato un razzo e lui era sotto,
in un certo senso è davvero come se lo avessi fucilato.”
Aveva una mezza idea di chiamarsi
malata.
Non lo fece.
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