lunedì 8 luglio 2013

Nono scontro: Aaron Vs. Nocturne. Primo round.

Krav Magà. Combattimento ravvicinato.
Il soldato israeliano è una macchina votata alla propria sopravvivenza. Contro una forza soverchiante reagisce meglio di chiun­que altro, e non si perde d'animo fino all'ultimo respiro.
In teoria.
Aaron percepiva il buio con tutti e cinque i sensi, e nel buio risate e motteggi, tedeschi, arabi, russi, francesi, spagnoli, lo minac­ciavano in tutte le lingue che riusciva a riconoscere, nessuno dei suoi nemici sbraitava in polacco. Per questo Aaron non si sentiva solo, cercò di individuare la presenza degli aggressori. Il fatto che non riuscisse a vederli era reciproco?
Come era finito lì? Un uomo pacifico, una vita violenta, una morte...
“Ah, ecco” pensò candidamente “Sono morto, ma prima di morire ho ucciso”
Pensò che la sua difesa era inadeguata, e passò ad un' altra danza di difesa, cercava di misurare gli avversari dalle loro voci.
“Dunque questo è l'inferno e quelli devono essere demoni o qualcosa del genere”
Aaron era un soldato israeliano, della vecchia guardia. Avrebbe venduto cara la... bè, se era ancora in grado di pensare allora era ancora in grado di sperare, e finché è in grado di sperare, il soldato israeliano non può essere sconfitto. Ucciso forse, sconfit­ to no.
Cambiò di nuovo postura, e ricominciò a muoversi per raccogliere ogni possibile indizio sulla posizione e sulle intenzioni dei propri avversari.
Il primo lo aggredì, Aaron girò su sé stesso, con l'intenzione di capire che forma avesse, per studiare le sue articolazioni e i pun­ ti deboli nei corpi di quella razza, decise che aveva allontanato il polso del nemico con un ceffone, valutò la possibile distanza dal gomito, e colpì dove la probabilità di colpire qualcosa che funziona come lo sterno arrivava ad uno su mille, non colpì nien­ te, ma guidato da un' intuizione scalciò dietro di sé, e toccò qualcosa.
Si compiacque del fatto che il proprio fantasma o quello che era indossasse ancora i fedeli stivali, assorbì le informazioni di quel fugace contatto e stabilì che dovevano essere una sorta di rettili bipedi.
Sentì uno spostamento d'aria, e scattò di fianco, per evitare... Non sapeva quanto erano forti quelle creature, e non sapeva quan­ te ce ne fossero, dunque si dispose ad evitare ogni colpo.
Erano dappertutto intorno a lui.
Questa era una gomitata, ne era sicuro, un demone russo? Aaron pur stupito dal fatto che i demoni sembrassero avere nazionali­tà dal mondo dei vivi e stili di combattimento tipici, reagì in fretta, tese l'udito e si rese conto che la gomitata era destra, quei mostri avevano due braccia e due gambe, il collo molto più lungo che quello di un essere umano. Aaron si spostò e colpì la bestia dove si attaccavano le clavicole, nella sua disumana fisionomia.
Dovette schivarne un' altro, ma quello che sentì lo raggelò, il demone colpito era caduto sopraffatto dal dolore, e si stava lamen­ tando come un bambino piccolo.
Aaron si concentrò sulle rimostranze del demone che aveva abbattuto. “Non è giusto, tu non puoi vedere, al buio.”
Aaron non sentiva il proprio corpo, ma poteva muoverlo molto bene, sentì le correnti d'aria intorno a lui farsi più ordinate, e con raccapriccio si rese conto che alcuni demoni non si dedicavano più a lui per... divorare il compagno caduto.
Ora Aaron era davvero spaventato, il demone continuava a lamentarsi come un bambino... e anche i suoi aggressori si esprime­ vano come bambini, mentre continuava a sentire le invettive degli altri. Aprì la guardia, con la mano fermò un calcio, e restituì un pugno che ruppe il ginocchio dell'avversario, poi lo spinse in modo da forzarlo ad appoggiasi sulla gamba appena rotta, que­sto lo avrebbe messo fuori gioco, quindi fece scattare la testa all'indietro, distruggendo la faccia di un altro avversario.
Gli altri invece di attaccarlo mangiavano quelli che lui stendeva, con suoni piuttosto sconvenienti.
Aaron fece un balzo dove sentiva che poteva disporsi meglio e chiuse la guardia: quanti ce ne erano?
La tattica di dare loro da mangiare i propri compagni era terribilmente sbagliata da un punto di vista morale, ma da un punto di vista pratico sembrava funzionare.
Lo disturbava molto il fatto che sembrassero avere l'intelletto di bambini piccoli, ma erano evidentemente disumani e più pesan­ ti di lui, e inoltre lo avevano attaccato senza ragioni a lui note.
“Ti stancherai!” “Non potrai reagire per sempre!” Aaron colse frasi del genere fra le ingiurie e le contumelie, e sapeva che era vero.
Ciononostante, il soldato israeliano è una macchina votata alla propria sopravvivenza. Contro una forza soverchiante reagisce meglio di chiunque altro, e non si perde d'animo fino all'ultimo respiro.
Aaron si rassegnò ad affrontare quella lotta infinita, era un soldato israeliano, sorrise e pensò ad una battuta del suo sergente, quando era una recluta:
“Ricordatevi: voi siete soldati dell'esercito israeliano. In nessun'altra nazione un soldato può dire lo stesso”
Aaron dentro di sé rise di quella battuta, si chiese se anche i sergenti delle altre nazioni la dicono, cambiando ovviamente la bandiera menzionata, e si dispose a riprendere il combattimento.
Pensò che sarebbe stato meglio muoversi in quella che gli sembrava una linea retta, per
allontanarsi dai banchetti che i suoi pugni, calci, ginocchiate, testate, offrivano ai suoi
nemici.
Qualche colpo non riusciva a schivarlo del tutto, Sentiva le ferite, sperava che non si infettassero, la stanchezza e la tensione si accumulavano, quando aveva provocato la morte di un migliaio di mostri si accorse con preoccupazione che esprimevano dub­bi, sul fatto che accanirsi sui compagni indeboliti li distraeva dall'aggredire Aaron stesso, ma d'altra parte anche gli sembrava che gli occhi si stessero adattando a vedere in quell'ambiente.
Continuò a distruggere con micidiale efficienza tutto quello che gli veniva vicino, compiaciuto del fatto che riusciva ad evitare ferite che avrebbero pregiudicato la sua mobilità, perché il soldato israeliano è una macchina votata alla propria sopravvivenza. Contro una forza soverchiante reagisce meglio di chiunque altro, e non si perde d'animo fino all'ultimo respiro.
Arrivato ad aver provocato la morte di qualche decina di migliaia di mostri, unico possibile riscontro del tempo, si sentiva un po' stanco, e nella monotonia di quello strano ecosistema si chiese se i suoi nemici non fossero in realtà i dannati e se lui non fosse in realtà il diavolo preposto alla loro punizione.
Questo pensiero invece di motivarlo gli faceva venire enormi sensi di colpa.
Era un soldato israeliano.
Era un diavolo il cui compito è castigare i dannati all'inferno?
Era quello che i mostri gli stavano urlando contro?
Scacciò questo pensiero, sarebbe rimasto ucciso senza aver provato tutto per sopravvivere, se ci avesse dato peso.

Avrebbe logorato la speranza, e la speranza è la parte di equipaggiamento senza il quale un soldato israeliano non può assoluta­mente dirsi un soldato israeliano. 

Nessun commento:

Posta un commento